"Prima di Goodmakers ho lasciato ogni lavoro, come un serpente che doveva cambiar pelle"

Lorenzo Quarello si racconta: “Molte persone vanno in crisi quando devono scegliere una bottiglia rispetto ad un’altra. Voglio combattere il pregiudizio per cui un buon vino sia solo un prodotto d’élite.”

ritratto quarello_72 dpiCi sono persone che non si lasciano spaventare dal cambiamento e che amano rimettersi continuamente in gioco, anche percorrendo sentieri accidentati. Persone, cioè, che riescono a dare una sterzata netta alla propria vita nel momento in cui s’accorgono dell’esaurimento di un ciclo.
Lorenzo Quarello è una di queste persone: “Mi ricordano spesso che possiedo un’indole irrequieta. Del resto tutte le esperienze lavorative le ho interrotte io, come un serpente sentivo il bisogno di cambiare pelle”.
Il primo impatto non dà adito a dubbi: non difetta certamente in personalità. Dallo sguardo attento alla disinvoltura nei gesti, dalla capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore all’aspetto apparentemente dinoccolato.
Soprattutto, però, colpisce la lunga e curata barba che porta con grande naturalezza e che nasconde in parte la sua età: “Sto per compiere 35 anni”.

La chiacchierata nel suo ufficio, situato dietro la futuristica stazione di Porta Susa a Torino, è un continuo zigzagare tra le diversissime esperienze che lo hanno portato a fondare Goodmakers, una startup che mette in relazione i produttori di vino con i clienti in cerca di qualità; un luogo per dare visibilità ad eccellenze italiane utilizzando le potenzialità della rete e dei social media.

“Mi sono laureato in scienze politiche, il primo anno in cui è entrato in vigore il ciclo breve. Una scelta fatta con estrema consapevolezza nonostante sapessi quanto sarebbe stato difficile trovare lavoro. Ma non m’importava. Il mio interesse era riservato a quelle che erano le materie di studio. Volevo capire e conoscere.”
Nel 2000 Lorenzo scrive una tesi sull’Alleanza Cooperativa Torinese, uno degli esempi più fulgidi, al tempo, di mutualismo: “Ho concentrato la mia attenzione sui servizi per i soci della Fondazione, quelli legati all’approvvigionamento di beni essenziali come gli alimenti. Qui è nato l’interesse per la cultura alimentare e l’enogastronomia.”
Durante gli anni dell’Università arrivano le prime esperienze lavorative. Affascinato dal culto del cibo, diventa collaboratore di Slow Food dove si occupa dell’organizzazione di eventi e, più in particolare, di tutto quello che potesse riguardare il vino. Subito dopo diventa consulente per Eataly che, in quegli anni, stava consolidando la propria realtà: “Una parentesi molto bella, svolta direttamente a contatto con la genialità e l’esperienza dell’imprenditore. Confrontandomi con produttori e colleghi ho avuto modo di ampliare il mio bagaglio di conoscenze e frequentare corsi che hanno contribuito alla mia crescita personale e lavorativa”.
Una situazione però destinata a non durare: “Per mia scelta ho interrotto la collaborazione, sentivo il bisogno di uscire e continuare un percorso che non poteva fermarsi lì. Ed è stata una bella e pacifica conclusione arrivata alla scadenza naturale di un contratto: una decisione anticipata da me con il giusto preavviso”.

La necessità che Lorenzo sentiva era quella di spostarsi all’estero, imparare una lingua e fare un’ulteriore esperienza: “Sono stato un anno in Irlanda in un winebar italiano facendo il cameriere. Una bella palestra di vita. Avevo bisogno di cambiare, ero alla ricerca di un nuovo e diverso spazio lavorativo. Volevo entrare di più nel mondo produttivo e volevo padroneggiare meglio l’inglese”.
Il ritorno in Italia nel 2006, a Firenze, coincide con la frequentazione di un master, individuato con grande oculatezza: “Ho scelto ‘marketing e management delle aziende vinicole’ perché mi mancava la base economica-aziendale, una qualità fondamentale per chi volesse lavorare, in futuro, in quel settore. Ho sperimentato moltissimo, ho messo in gioco la mia creatività e stretto belle amicizie”.
Subito dopo Lorenzo inizia a lavorare per diverse realtà vinicole di piccola-media dimensione. Prima nelle langhe piemontesi, in due aziende più o meno strutturate ma interessate a produrre vino di qualità: “Il mio contributo è stato quello di portare nuove idee e nuove linfa. Mi occupavo di aspetti commerciali, legati anche al marketing. Un periodo complessivo di cinque anni che mi è servito per capire ancor più ogni sfaccettatura dell’imprenditoria vinicola. Avevo già in mente comunque di fare qualcosa da solo”.
Prima del grande salto però c’è ancora una tappa nel suo percorso. Un ritorno in terra toscana, in un luogo da sogno: “Mi sono spostato in un’azienda più grande chiamata Cinciano. Circa 150 ettari immersi nel verde con un borgo medioevale di proprietà. Ho contribuito anche lì a migliorare il marketing e la comunicazione, ottenendo ottimi risultati. Dopo un anno, però, ho sentito nuovamente l’impulso irrefrenabile di essere capo di me stesso. Mi sentivo pronto per quell’avventura”.

La base scelta non poteva che essere Torino, sua città natale. Lorenzo non ha dubbi a riguardo: “Si tratta di una città che odio e amo. Però non credo a chi sostiene che, per fare impresa, bisogna per forza andare via dall’Italia. Le possibilità si costruiscono anche nel luogo dove si nasce e si vive. La fuga non risolve nulla. Torino è radici, affetto, il posto dove crescono i miei figli. La qualità della vita, tutto sommato, è alta. La città è un po’ un laboratorio, un luogo giusto dove stare in questo momento storico. Certo, essere imprenditori in Italia non è facile; probabilmente una delle città pilota per vedere se un progetto funziona, insieme a Genova, è proprio Torino. Il torinese è diffidente, troppo posato e tranquillo. Tende a essere abbastanza chiuso nella propria sfera per cui riuscire a bucarla è motivo di stimolo e soddisfazione.”

Tra marzo e aprile 2012 inizia così a prendere forma il progetto Goodmakers: “Volevo mettere in relazione il buon produttore di vino che crede nel suo territorio, nella cultura e nei metodi per tenerlo in vita, con il mondo di chi cerca questo tipo di prodotti e che sulla rete non riesce a trovarli”. Grazie alla consulenza del MIP, che gli fornisce il necessario tutoraggio per mettere in piedi un solido business plan, l’idea di Lorenzo inizia a concretizzarsi. Attualmente Goodmakers fa parte di Treatabit, il programma di supporto per startup digitali di I3P, incubatore del Politecnico di Torino. Quelle di Goodmakers sono vendite temporanee che intendono porre l’attenzione del consumatore su un vino di una determinata azienda. Lorenzo vuole sfatare un tabù oltremodo diffuso nella nostra società: “Molte persone vanno in crisi quando devono scegliere una bottiglia rispetto ad un’altra. I consumatori sono spesso spaventati, in situazioni del genere, perché si è diffusa l’idea che un buon vino sia un prodotto d’élite e che non tutti possano apprezzarlo. Goodmakers cerca di essere molto easy, vuole avere basso profilo e far parlare Aldo (il buon produttore)”.
Lorenzo sceglie i vini personalmente affidandosi alla sua lunga esperienza in ambito accademico e aziendale. Tutte le tappe del suo percorso gli hanno permesso di conoscere territori, produttori e cantine ma i suoi criteri di valutazione vanno oltre e si concentrano su un aspetto più ampio: “Voglio raccontare le storie di belle persone, quelle che hanno qualcosa da raccontare. Al centro c’è l’individuo. Faccio sempre la domanda: ‘ti senti un buon produttore?’ Non entro nel merito che si produca un vino biologico, convenzionale, biodinamico, che contenga solfiti o meno e così via. Sono tutte questioni importanti ma che non contengono il punto fondamentale che sta al centro della mia ricerca: partire dalla persona, dalla sua storia e dalle sua capacità creative”.
Storie come quella di Lorenzo.