Caterina Tiazzoldi: "Il caso di Toolbox non aveva precedenti in Italia e non c’erano casi simili in nessuna parte del mondo"

L’architetto Tiazzoldi ci racconta in un’intervista cosa ha significato ristrutturare la fabbrica di via Montefeltro per creare un luogo in cui favorire la collaborazione e l’incontro tra le persone.

 

Nel 1978, la società G. B. Sportelli, rileva gli spazi abbandonati dalla Ghia-Osi. Occuperà la fabbrica fino al 2009, quando cesserà la propria attività.

A quel punto occorre decidere cosa farne. Aurelio Balestra pensa a un coworking. Occorre ristrutturare gli spazi e coinvolge Caterina Tiazzoldi, architetto che già aveva lavorato per la società G.B. Sportelli.
Caterina vive tra New York e Torino. Il suo lavoro l’ha portata a essere considerata una delle ottanta donne più creative della scena mondiale dell’architettura e del design. Insegna anche presso Politecnico di Torino, Istituto Europeo (Torino e Milano), Domus Academy, Ecole Nationale Superiere d’Architecture de Grenoble.
Abbiamo intervistato Caterina per capire quali sono i processi che trasformano una vecchia fabbrica in un luogo unico nel suo genere, il primo ad essere nato in Italia.

Lo spazio in cui adesso sorge il Toolbox era una fonderia degli anni ’20. Negli anni ’70 è diventata la sede dell’azienda G.B. Sportelli. Adesso un co-working. Insomma, solo guardando quell’edificio abbiamo una panoramica di come il mondo del lavoro si è trasformato in Italia nell’ultimo secolo. Qual è il processo con cui si riadatta uno spazio del genere alle richieste del lavoro moderno?

Lo spazio che oggi ospita Toolbox, un tempo era una fabbrica di profili metallici ed è poi stata convertita in un centro uffici di tipo tradizionale; per intendersi uffici singoli, pochi spazi comuni. A quel tempo mi occupavo di fare negozi per la G.B. Sportelli.

All’inizio mi era stato dato l’incarico di “rinfrescare” gli spazi per uffici. Cominciando a riflettere con i miei clienti Giulio Milanese e Aurelio Balestra ci siamo resi conto che non si trattava solo di “rinfrescare” una lobby ma di ripensare completamente lo spazio e soprattutto il modo in cui sarebbe cambiato il modo di lavorare a Torino.

La città in quegli anni stava cambiando radicalmente e per tante persone l’idea di freelance/partita IVA era associata alla mancanza di un lavoro fisso. Abbiamo pensato di creare uno spazio manifesto per quelle persone che condividono una visione per un nuovo modo di lavorare in Italia.

La domanda che ci siamo posti in un primo momento era: dal momento che si può lavorare da casa perché utilizzare uno spazio di lavoro?

La risposta era avere un posto che ti rappresentasse professionalmente e che ti permettesse di incontrare delle persone simili a te, indirizzate verso il futuro, con cui scambiare idee, sogni e consigli pratici (ad esempio; come si fa una fattura internazionale sulla CEE?).

Il termine Toolbox significa “cassetta degli attrezzi”. In questo caso gli attrezzi di cui parliamo sono persone e le loro idee. Quale è stata l’idea con cui ha deciso di organizzare lo spazio che aveva a disposizione?

Abbiamo deciso di organizzare lo spazio in tre aree: quella del coworking, calmo, silenzioso, con tavoli bianchi; quella dei servizi (sale riunioni, stampanti, bagni), delle vere e proprie “scatole di servizi” realizzate con materiali tattili super colorati; e infine le zone di socializzazione che nascono dai vuoti fra coworking e box servizi, dove i coworkers rallentano si fermano quasi casualmente e iniziano a scambiarsi consigli idee.

Lo spazio Toolbox ha al suo interno sia spazi individuali che aree in cui lavorare in gruppo e far sorgere nuove idee. Come si progetta uno spazio in cui singoli e gruppi coesistono in maniera armonica? Quanto l’ambiente influisce su questo processo di fusione da singoli individui a gruppi di lavoro?

Uno dei punti forti di Toolbox, che lo ha reso famoso a livello locale e internazionale, è la fusione fra spazi di condivisione e privati.

 

Abbiamo pensato fosse importante creare ambienti con diversi tipi di privacy e socializzazione.

Luoghi “veloci” dove scambiare qualche parola e luoghi dove concentrarsi e tenere le proprie cose. Uno spazio che abbia un’identità e che sia pensato anche per far emergere la personalità di ogni Toolboxer. Le postazioni di base sono bianche ma nel giro di pochi giorni acquisiscono la personalità degli startupper che le occupano. Oggi, solo guardando le postazioni, è possibile capire di cosa si occupano i vari coworkers.

Le altre zone di interazione sono state pensate per incoraggiare la socializzazione: materiali più tattili, come ad esempio il sughero, e altri più colorati.

Qual è stata la sfida più importante che la realizzazione di questo di questo progetto le ha imposto?

Il caso di Toolbox non aveva precedenti in Italia e non c’erano casi simili in nessuna parte del mondo. C’erano dei coworking ma non degli spazi ibridi. Era già molto forte pensare a un grande coworking a Torino quando la parola coworking non esisteva quasi – allora parlavamo di hot desk; è stato ancora più importante e forte pensare a uno spazio che andasse oltre il classico spazio di lavoro condiviso, mescolando spazi privati con quelli pubblici e semipubblici.

Abbiamo fatto centinaia di fotomontaggi, quasi fotoromanzi, dove ci immaginavamo le storie che avrebbero vissuto le persone. Abbiamo provato a capire se fossero scenari credibili.

All’interno di Toolbox ci sono delle aree dedicate al relax dove i coworkers possono staccare dal lavoro e rilassarsi. C’è inoltre una cucina attrezzata che permette loro di non uscire dallo spazio per i pasti. Tutto questo aiuta a far sì che i loro talenti e lavori si incontrino costantemente? Un architetto è spinto a trovare soluzioni per creare luoghi di aggregazione sociale in lavori come questo?

La prossimità fisica per me è importantissima. I messaggi passano infinitamente più veloci. Puoi ascoltare a metà e, senza leggere, riesci ad aggiornarti in tempo reale: l’ho imparato alla caffetteria della scuola dove insegno negli Stati Uniti. Anche il solo passaggio delle persone ti permette di aggiornarti. A Toolbox ci sono alcuni luoghi di grande interazione.

La cucina è un posto carinissimo perché è dove comincia la socializzazione, in primo luogo perché ci vanno tutti. Oggi preferiamo mangiare una pasta che abbiamo preparato a casa a un piatto preso in una tavola calda. Abbiamo disegnato un tavolo grande con una forma asimmetrica non gerarchizzata dove ogni nuovo arrivato si sente libero di inserirsi.

Un altro punto cardine è il “cubetto” della macchinetta del caffè (uno spazio chiuso in un cubetto arancione dove stanno solo due persone per volta). Di colpo ti trovi in una specie di “trenino dell’amore” con un altro coworker e per la situazione ti porta per forza a raccontarti. Far interagire le persone non è sempre una cosa automatica. Spesso anche se c’è una forte voglia di condivisione, le persone sono timide di natura, soprattutto i torinesi.

Non basta mettere due persone vicine perché socializzino; pensiamo per esempio a due persone che si incontrano in ascensore: di solito sono timide e guardano il soffitto senza parlarsi.

Per far partire la socializzazione occorre un attivatore. Per esempio il tavolo che abbiamo fatto dietro la macchinetta del caffè è come il bancone di un pub. Un tavolo alto dove ti appoggi soltanto. Stando in piedi non hai l’impressione di invadere il territorio di un altro. Sfogli i giornali e cominci a chiacchierare.

Un tema a cui sto lavorando è quello delle “micro social bombs“, ovvero: è possibile strutturare piccoli interventi spaziali capaci di creare un effetto a catena fra le persone?

Lo spazio assume la funzione di una miccia.

A Toolbox c’è una community che permette di incontrare conoscere le persone, grazie a eventi che, in collaborazione con Sara Bigazzi, Aurelio Balestra, Massimo Poti e FabLab permettono ai Toolboxer di incontrarsi presentare i propri progetti e prototipare le proprie idee.

Recuperare gli spazi industriali dismessi è una sfida che continua a riguardare molte città europee. Quanto è in ritardo l’Italia da questo punto di vista? Secondo lei quanto deve essere conservato/ristrutturato, quanto stravolto (per creare magari spazi più adeguati a nuove funzioni)? Quali sono le difficoltà maggiori quando si esegue un lavoro di questo tipo?

Secondo me l’Italia è piuttosto avanti come sensibilità verso il patrimonio storico. Pensiamo al restauro di edifici come il Lingotto. Tutto sommato, anche dal punto di vista economico, tenere una grande struttura mantenendo all’interno un sistema più snello e facile da trasformare, non è male.

Come dicevo prima piccoli o medi interventi su strutture preesistenti come nel caso di Toolbox, se animati da una chiara lettura di come si sta trasformando la nostra società possono avere un effetto considerevole e agire sulla totalità della rete urbana, creando scambi e relazioni fra istituzioni innestando un vero e proprio fenomeno di rigenerazione urbana.

Caterina ci ha dato la possibilità di anticipare quello che sarà l’argomento della prossima tappa del nostro viaggio: Toolbox coworking. Parleremo infatti con Aurelio Balestra.

Giulia Perona @GiuliaPerona

Marina Usai @marina_usai
Ludovica Lugli @Ludviclug
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