Alessio e Dario non hanno "nessuna preoccupazione per il futuro!"

” Siamo una generazione cresciuta con la consapevolezza di essere in un periodo di transizione, che ci restituirà una società molto diversa da quella dei nostri genitori”. Il lavoro non spaventa i giovani piemontesi, nonostante trovare occupazione sia sempre più un problema.

La sfida è cominciata e coinvolge tutti. Il fenomeno della disoccupazione giovanile, spina nel fianco di molti stati membri dell’U.E. è entrato a pieno titolo nelle agende politiche dei principali organi di potere.  Le  iniziative non mancano: dallo Youth Guarantee  della Commissione europea all’ormai celebre  Jobs Act di Matteo Renzi, che prevede tra i tanti punti stanziamenti da 1,7 miliardi per l’inclusione nel mondo del lavoro dei giovani fino a 29 anni ed almeno 600 milioni di credito d’imposta per ricercatori.

Per far fronte al problema la regione Piemonte attua da Giugno 2011 il ”Piano Giovani”  programma che dovrebbe garantire opportunità per lo sviluppo dell’occupazione giovanile: dallo sgravio IRAP per le assunzioni degli under 35 al sostegno finanziario per l’avvio di nuove imprese, dai percorsi di formazione presso le aziende alla creazione di nuove figure professionali. La situazione regionale per i giovani piemontesi fra i 25 e i 35 anni è riassumibile in questa infografica:

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 base ed elaborazione tramite: easel.ly  dati: Istat Gennaio 2014

Ma chi sono questi giovani? Che idee hanno sul mondo del lavoro, sui problemi delle città nelle quali vivono e su quelli che coinvolgono il loro paese?
Cerchiamo di capirlo.

Presentatevi.

“Alessio 25 anni, laureando in giurisprudenza, studio alla Scuola Holden”.

“Dario, 31 anni, diplomato in ragioneria, consulente”.

Torino e la sua storia, dall’età dell’industrializzazione alla crisi, fino alla rinascita post-Olimpiadi. Ma anche una situazione immigratoria non semplice ed un indebitamento alle stelle. Quali sono secondo voi gli aspetti migliori della città nella quale vivete?

A: ” Rispetto alle altri grandi città italiane come Roma, Milano e Napoli, Torino è molto più a dimensione d’uomo. Garantisce una buona vivibilità, unita alle comodità e servizi di una città da 1 milione di abitanti. Dalle Olimpiadi in poi sono migliorate molte cose: la metropolitana e la ristrutturazione di Porta Nuova e Porta Susa hanno risolto qualche problema a livello di trasporti, sono aumentati gli spazi verdi. In più si è investito molto sul turismo, sugli avvenimenti artistici e culturali. Alcune zone sono state rivalutate”.

D: “Quello che mi piace di Torino è il suo essere una città universitaria. Questo aspetto    contribuisce a rendere l’ambiente culturalmente vivo. Architettonicamente poi è molto  sofisticata, con pochi eguali a livello nazionale”.

Quali sono invece i ‘lati oscuri’?

A: “I lati oscuri sono legati a logiche di evoluzione urbana e di mutamento sociale. La disoccupazione è uno di questi problemi. Torino è stata uno dei fulcri dello sviluppo industriale degli anni ’60, attraverso la FIAT e l’indotto automobilistico, ma a distanza di cinquant’anni si trova in una situazione di difficoltà. Ora, finalmente, molte persone si stanno riciclando in nuovi settori. Anche l’immigrazione è vista come un problema, ma da anni si lavora tramite politiche d’integrazione. Volendo aggiungere un altro dato, dalle ultime statistiche siamo la prima città in Italia per consumo –   e quindi spaccio – di stupefacenti. Credo però che siano problemi comuni a tutti i grandi centri urbani”.

D: “A mio parere risulta troppo legata a un passato da prima monarchico e  poi industriale. Le necessità di modernizzazione l’hanno portata finalmente ad aprirsi; rimane però nervosa, provinciale”.

Due differenti percorsi ed età. Quali sono le peggiori preoccupazioni per il futuro?

A: “Nessuna preoccupazione. Nella nostra generazione si è sviluppata la consapevolezza di essere in un periodo di transizione, che ci restituirà una società molto diversa da quella che conosciamo, quella dei nostri genitori. Le idee di lavoro, di famiglia, di etica, di politica sono destinate a mutare. Credo che sia necessario accettarlo. E’ tutto molto più veloce. L’uomo però è fatto per adattarsi a qualsiasi situazione e per come la vedo io la crisi può tramutarsi in una possibilità di crescita più che un freno”.

D: “Quello che mi spaventa di più è la sensazione che nessuno dica realmente la verità su quello che sta succedendo in questo paese e più in generale nel mondo. Per il resto, nessuna preoccupazione”.

Siamo al centro di una rivoluzione tecnologica. Internet sta cambiando la vita di tantissime persone, creando posti di lavoro, mutando i modi che abbiamo di interagire con gli altri. Non mancano però alcuni aspetti negativi.Che giudizio date alla rete? E che impatto credete avrà sul vostro futuro?

A: “Internet è stato l’inizio della rivoluzione. È uno di quei cambiamenti di cui parlavo prima. Ormai tutto vive di piattaforme online, dalla compravendita di beni al dibattito politico. Credo che una buona parte di noi non riuscirebbe più a tornare indietro. Gli aspetti negativi non riguardano il mezzo, ma l’utenza, come nella maggior parte dei casi. Un sito può aiutare le persone a trovare un lavoro o vendere materiale pedopornografico, ma questo è un problema ben diverso. Se l’uso è criminoso o violento, non è detto che il mezzo lo sia. Internet alla fine dei conti è un grande megafono: amplifica ogni fenomeno di massa, positivo o negativo che sia, deformandone i contorni e restituendolo più bello o terribile. Allo stesso tempo ci dà una grande responsabilità: quella di essere in grado di giudicare in prima persona, con la nostra testa. È un grande passo avanti ma allo stesso tempo un enorme pericolo”.

D: ” Un giudizio? E’ uno strumento, che permette allo stesso tempo di facilitarci la vita ma  anche di rovinarcela se mal utilizzato o se ne abusiamo. Sono gli utilizzi per il quale viene impiegato e le persone che lo usano a dover essere giudicati”.

Parliamo di cultura. Torino è una delle poche città italiane che sta cercando di puntare sul suo patrimonio. Cosa ne pensate? E della situazione italiana? Perché da altre parti con la cultura “si mangia” , mentre in questo paese no?

A: “Torino sta facendo molto da questo punto di vista. A livello nazionale ci sono dei problemi, ma non lo scopriamo adesso. Abbiamo lacune a livello organizzativo e gestionale. Qualcuno dice che è tutta colpa della burocrazia, altri del clientelismo, altri ancora della criminalità organizzata. La realtà è che non siamo mai stati bravi a sfruttare quello che abbiamo ereditato, abbiamo sempre preferito creare cose nuove. C’è da dire che dalle altre parti pare tutto più facile, ci sono risorse limitate, da sfruttare al meglio. Da noi c’è così tanto da vedere che a volte qualcuno può dimenticarsi quanto valga. Una sorta di principio della domanda e dell’offerta”.

D: “Torino ormai può permettersi solo questo. Troppo ancorata come detto prima, a un passato di monarchia tecnologica. Adesso siamo passati ad una società di proletariato tecnologico. Da altre parti si mangia con la cultura, perché la cultura è considerata tale. Qui,come nei paesi sottosviluppati, abbiamo bisogno di un corpo elettorale adeguato”.

Giovani italiani e lavoro. Soglia di disoccupazione al 48%, cervelli in fuga, scarsa conoscenza della lingua inglese. Un vostro giudizio? Dove finiscono i demeriti della generazione dei nostri padri e dove iniziano i nostri?

A: “Siamo un paese retrogrado, restio al cambiamento. I grossi cambiamenti ci sono stati imposti. Il mondo globalizzato ti pone davanti una scelta: o stai al passo o sei spacciato. Se dovessi cercare un colpevole direi che siamo fuori strada, non è una questione di generazioni. Quando ci fu il crollo della borsa di N.Y. nel 1929 non si domandarono: dove abbiamo sbagliato? Gli Stati Uniti venivano dalle atroci cinque crisi economiche dell’ottocento quando accadde. Il discorso è prettamente economico, legato al concetto di cicli. La disoccupazione è causata dall’ignoranza, quella dei genitori che non sanno più insegnare ai figli i valori del lavoro e della fatica, quella dei figli che crescono con il falso mito che una cassiera della “Crai” può fare milioni diventando una cantante pensando che prima o poi arriverà il loro turno. La fuga dei cervelli è un problema di allocazione delle risorse: chi ha i soldi da investire, pubblico o privato, non sa scegliere l’idea giusta, così temporeggia, cambia idea, sbaglia. E intanto le menti espatriano perché fuori c’è serietà, organizzazione, certezze economiche, prospettive. La scarsa conoscenza della lingua inglese testimonia la poca predisposizione a viaggiare e lo scarso insegnamento delle scuole primarie”.

D: “È un continuo, un passaggio di testimone fra generazioni. Il nostro è anche il loro demerito. Poi noi, a differenza loro, dormiamo in piedi. Abbiamo disimparato a fare fatica, la causa principale credo sia il benessere diffuso”.

Conoscete piattaforme come I3P o I-starter  che cercano di creare impiego costruendo nuove imprese ( startup) innovative?

A: “Non conosco molto le piattaforme nello specifico, ma ho letto molto sulle startup. L’innovazione è un campo in cui si sta lavorando bene. Potrebbe essere un segnale di inversione di rotta”.

D: “Ho letto molto di quello che so sui giornali, che però di questo parlano poco e solo negli ultimi tempi. Naturalmente nelle ultime pagine di giornale, quando la gente è già satura di troppe immagini negative per prestare attenzione”.

Perché secondo voi in questo paese emergono sempre gli esempi ‘negativi’ e mai quelli ‘positivi’? Penso a casi come Arduino, al personal computer dell’Olivetti o ai tanti italiani riconosciuti come eccellenze all’estero.  

 A: ” Potremmo stare delle ore a parlare di questo, ma sarò breve. Non abbiamo un’ informazione come gli altri paesi, questa mi sembra perfino banale come considerazione. Probabilmente a qualcuno fa comodo che noi sappiamo solo certe cose. In parte il www ci ha dato la possibilità di rimuovere certi filtri. Ho imparato in questi anni di studio che ogni cosa ha una spiegazione economica. Se un’azienda di software americana mi paga per apporre la propria pubblicità sul mio quotidiano, non ho interesse a scrivere un articolo sull’innovativo software italiano che sta rivoluzionando il mondo”.

D: “È tutto molto semplice: qui in Italia, chi innova fa la fame, molto spesso non gli vengono riconosciuti i meriti del lavoro svolto che vanno al professore di turno. Oltretutto ti finanziano poco e pretendono risultati rapidi. Fuori dai confini tutto questo non esiste e infatti la nostra capacità inventiva, la creatività, l’intelligenza e soprattutto la capacità di risoluzione dei problemi, vengono pagate a peso d’oro”.

Finiamo con una  cosa  che  proprio  non  vi  piace  o  vi  da  fastidio  della  società  nella quale  state crescendo.  E una, se c’è, positiva.

A: “Negativa: l’ipocrisia. Positiva: la sensazione che ci portiamo dentro noi italiani che, nonostante tutto vada a rotoli, ci salveremo”.

D: “Negativa: la società. Positiva: la società”.

@AndreaMularoni