Alessandro Buresta: da manager a startupper di successo

La storia del fondatore di Aqvatech Engineering. Londra 2012, Rio 2016 e un sogno nel cassetto: la California

Deciso, ambizioso, disponibile a parlare del suo successo, con uno sguardo a 360° gradi volto all’innovazione. Incontro Alessandro Buresta all’Istituto Imprese Innovative del Politecnico di Torino nel bel mezzo di una riunione lavorativa, deciso a saperne di più della sua storia. Quella della sua startup è fin troppo positiva; Aqvatech Engineering fondata a maggio 2010 assieme ai soci Marco Milanese e Vittorio Tallia con l’obiettivo di rivoluzionare la pratica sportiva attraverso l’innovazione tecnologica. Due brevetti su tutti: Virtual Trainer e Waterpolo Visual system. Ovvero led elettronici collegati via wireless ad un computer in modo tale da programmare al meglio un allenamento o seguire con più chiarezza una partita di pallanuoto.

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Il primo utilizzato da svariati atleti e nazionali in giro per il mondo, il secondo protagonista  alle Olimpiadi di Londra 2012 e confermato a quelle di Rio 2016 grazie all’esclusiva partnership con Piscine Castiglione, azienda leader nel settore. Profitti che provengono al 80% da fuori confine, espansione di mercato verso settori quali l’atletica, l’immersione, la pesca fino all’illuminazione d’ambienti. Due sedi: una a Torino e una in Sardegna, per ora. Progetti futuri legati alla riabilitazione e al fitness, tramite il SoundLight system.

Chi è l’artefice di tutto questo? Qual è la sua storia?

Da ingegnere ho lavorato per anni presso alcuni centri di ricerca tra i quali ”CSELT Tilab”  di Telecom Italia, ed  H3G. Successivamente sono stato per 10 anni ricercatore di telecomunicazioni Ict  all’Istituto Superiore Mario Bolella e li riuscii a brevettare Virtual Trainer. Grazie alle mie esperienze lavorative entrai in contatto con  l’ambiente dell’I3P, dove mi recavo per conoscere nuove aziende e fornire consulenze di marketing. Fui spronato a partecipare alla Start Cup con il mio progetto. Andò bene: nel 2008 partecipai al premio nazionale dell’innovazione.

Quando conobbe i suoi soci?

Rimasi all’istituto alcuni anni alla ricerca di fondi per partire. Ci furono alcune offerte ma non mi convinsero, quindi rifiutai. L’anno successivo fui affiancato da Marco Milanese e Vittorio Tallia, i miei futuri soci, con alle spalle importanti esperienze nel settore sportivo. L’incubatore ci aiutò a formalizzare la creazione della società.

Come si arriva in così poco tempo a partecipare con il proprio prodotto alle Olimpiadi?

Frutto di un lavoro magistrale ed un’idea innovativa, diventata ben presto leader nel settore. Fu tutto molto rapido: provammo il sistema durante un amichevole a ottobre 2011, lì ci notarono. Dopo alcuni test della Federazione Mondiale, ci ritrovammo a montare il Waterpolo Visual System sul fondo delle piscine olimpiche di Londra. Collaborazione confermata anche per Rio 2016.

Italia leader nel settore.

Londra è stata un’esperienza indimenticabile. Ho partecipato all’installazione e gestione del sistema durante tutto l’evento vivendo con passione l’aria olimpica. Una delle più grandi soddisfazioni è stata vedere le facce stupite delle persone quando scoprivano il ”Made in Italy” e non in USA.  Gli stranieri pensano che l’italiano possa essere molto forte nei settori della moda o del cibo, non in quello tecnologico.

Si parla sempre più spesso di giovani e lavoro. Aqvatech contribuisce alla causa?

L’azienda si avvale di una serie di collaboratori esterni, una decina di persone tra neo laureati e non che a progetto lavorano per noi facendo ricerca tra le sedi di Torino e la Sardegna, dove si svolge la parte di valutazione. Alcuni di loro mi hanno raccontato lo stupore delle famiglie davanti alla televisione quando scoprivano che a montare la tecnologia per il campo di pallanuoto olimpico erano stati i propri figli.

Perchè avete scelto la Sardegna per aprire la seconda sede?

Il responsabile di Area3, azienda con la quale collaboriamo, ha origini torinesi e ci contattò per informarci che la regione stava organizzando alcuni bandi per startup sportive, con l’unico vincolo di partecipazione fissato nell’aprire una sede in territorio. Non abbiamo perso l’occasione, vincendo ben due concorsi ai quali abbiamo partecipato. La Sardegna sta lavorando molto bene, hanno ottime strutture e in quanto regione a statuto speciale buone risorse economiche da utilizzare.

Cos’è cambiato rispetto al lavoro che faceva prima?

Tantissimo. Per molti aspetti lavoro molto più di prima, certi giorni anche 14/15 ore. L’essere indipendenti non vuol dire lavorare di meno. A cambiare sono le motivazioni: quando una cosa è di tua proprietà vuoi che tutto sia perfetto.

Quando finirà il vostro periodo di incubazione? E dove vi sposterete?

 A maggio saremo ufficialmente un’azienda ”laureata”. Abbiamo visitato alcuni uffici presso l’Environment Park, stiamo valutando, l’ambiente è molto simile a quello dell’I3P ed è per questo che ci piace.

Ha mai pensato di trasferire la sua attività all’estero?

Ci penso tutti i giorni. Il nostro fatturato proviene per l’80% dall’estero e fuori dall’Italia molte cose funzionano meglio, con meno problematiche, restrizioni e tasse. Mi piacerebbe lavorare in California, ci sto pensando.

Che consigli si sente di dare ai giovani che vogliono aprire una startup in Italia?

Di iniziare qui: il nostro paese è un ottima palestra, poi però confrontarsi con l’estero. In tantissimi settori il prodotto italiano è considerato ancora sinonimo di eccellenza. Un altro consiglio che voglio dare è quello di appassionarsi a quello che si fa, non accontentarsi di essere solo dei tecnici; bisogna fare scouting di tecnologie. Io, per esempio, partecipo ormai da 15 anni a tutte le conferenze importanti di settore come il CES di Las Vegas, il CEBIT di Hannover o il MWC di Barcellona. Bisogna ottenere una visione a 360° così da sapere cosa c’è di nuovo e cosa le aziende vogliono, battendo sul tempo la concorrenza.

Qual è secondo lei il  più grande problema che c’è in Italia quando si parla di ”fare startup”?

Quello che noto spesso è che i Business Angels italiani pensano troppo ai ricavi, meglio se a breve termine, comportandosi da pseudo-investitori. Una mentalità sbagliata che ricade sui ricercatori qualora si presentino dei problemi economici. Dovrebbero capire che investire in Startup è un valore, prima di tutto d’innovazione, e come ogni campo di ricerca può comportare l’assumersi dei rischi.

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Andrea Mularoni (@AndreaMularoni)                                                                                             @oralavora