La fuga d’amore, le tartarughe giganti, il Working Capital di Telecom: i ragazzi di Cloubs si raccontano!

A giugno il lancio ufficiale dell’app che dallo smartphone permette di ordinare da bere nei locali notturni: “Un servizio per clienti e locali che rende il servizio rapido, efficiente e divertente”

 

“Ciao Gian Marco, sono Luca. Come stai?”
“Bene, tu?”
“Anch’io tutto bene. Senti… ti interessano 250 milioni di euro?”
“……… Parliamone”.

Dietro le startup si nascondono spesso storie incredibili. Cloubs, l’app che dallo smartphone permette di ordinare da bere nei locali notturni, ne nasconde ben tre: quella di Luca Tarasco, quella di Gian Marco Toso e quella di Lorenzo Rando. Tre percorsi che, intrecciandosi più volte, hanno disegnato una mappa davvero inaspettata, oggi viva più che mai.

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I fondatori di Cloubs: (da sinistra) Gian Marco Toso, Luca Tarasco, Lorenzo Rando.

Luca, prima di buttarsi nel mondo dell’imprenditoria, è stato un inventore (“a 6 anni ho progettato una macchina per fare le bolle di sapone e un tappo per il buco dell’ozono”), un mago, un filosofo, un pubblicitario, un aiuto-regista teatrale, un pizzaiolo e, soprattutto, un grande amante del design. Per questo, dopo gli studi di filosofia, parte per Eindhoven per approfondire quello che non è più solo un hobby ma una vera possibilità lavorativa: “Mi sono reso conto che l’inventore è un designer. Il designer, a sua volta, è l’ingegnere del buonsenso”. Il ritorno in Italia, un anno dopo, coincide con la frequentazione del Master presso la Domus Academy di Milano e la volontà di realizzare concretamente alcune idee che frullano, sempre meno disordinatamente, nella sua testa. Ha una parlantina gentile e molto precisa, come il suo impeccabile modo di vestire. Non ha alcuna paura di fallire e vive assecondando gli impulsi più frenetici.

Gian Marco abbandona raramente Torino ed è innamorato del proprio quartiere: le medie, il liceo e l’Università le ha frequentate sempre vicino a casa. Scopre, grazie ad Internet, un mondo nuovo attraverso il quale espande i propri orizzonti. Ha la battuta facile e un senso dell’umorismo sottile, quasi britannico. Inizia a smanettare con il computer a 8 anni quando, sorprendendo anche i propri genitori, chiede in regalo un manuale di programmazione. Quel piccolo gesto, anche se non seguito immediatamente da grandi risultati, è importante per capire la sua formazione e la sua personalità. Dopo aver finito il liceo arriva l’unico tentennamento: una mezza idea, subito tramontata, di frequentare il DAMS: “Ho un estro molto artistico. Scrivo racconti e canzoni ma non sarei potuto essere altro che un ingegnere informatico”. Gian Marco conosce Luca da anni ma, nessuno dei due, ricorda precisamente il momento esatto in cui si sono incontrati per la prima volta. Il Liceo, pur frequentato in classi diverse, è stato il periodo in cui hanno scoperto di avere interessi simili nonché un modo comune di vedere il mondo e il futuro.

Lorenzo, “biondo da genitori bruni e siciliani”, ha girato tanto e cambiato spesso. Dopo il liceo scientifico, in cui si distingue come un ribelle della matematica e della fisica, s’iscrive alla facoltà di Lettere per “diventare un vero professorino e stare dall’altra parte della barricata”. Durante gli anni universitari frequenta un corso di teatro dove incontra Luca, aspirante filosofo e regista, con cui collabora ad alcune messe in scena. Durante l’ultimo anno si trasferisce a Leicester in erasmus; l’Inghilterra lo strega talmente tanto da riabbracciarlo dopo la laurea: prima sei mesi a Oxford lavorando in pub e coltivando la passione innata per la musica (scrive e suona in una band); poi Londra per frequentare un Master in business ed economia. “Quando dici business dici tutto e niente. Era un qualcosa di così ampio da permettere a ciascuno, quindi anche a me, di trovare la propria strada”. Dopo alcuni mesi di lavoro sedentario come consulente, Lorenzo sente il bisogno di fuggire dalla vita d’ufficio: accetta così di trasferirsi in Arabia Saudita per contribuire a creare un progetto di formazione per i manager locali. Anche quest’esperienza però si esaurisce presto: “Non è facile adattarsi al loro modo di vivere. ad un certo punto ho sentito il bisogno di ritrovare me stesso. Così sono partito un mese a Capo Verde per salvare le tartarughe giganti”. Poi il ritorno a Torino senza, tuttavia, rinunciare a viaggiare. Un breve soggiorno ad Amsterdam è l’occasione per incontrare nuovamente Luca, nel frattempo volato a Eindhoven. Resta un incontro isolato, alle quattro del mattino in aeroporto, importante però per mantenere vivo il contatto.

Luca riprende il filo del racconto svelando ciò che è successo dopo: “Una volta concluso il Master a Milano decido di andare in vacanza in Toscana a trovare i miei fratelli che lavoravano come animatori. Lì incontro una ragazza bellissima di cui m’innamoro a prima vista: olandese, ventiquattro anni, con già una figlia di cinque anni. Impazzisco completamente, voglio andare a fare il papà e il marito in Olanda. Tutti i miei familiari e amici stavano pensando di internarmi in qualche casa di cura. Solo Lorenzo apprezzò la mia follia: mi accompagnò in questo viaggio verso Zwolle e rimase con me alcuni giorni. Poi ripartì. Io dopo alcuni mesi mi resi conto dell’inferno in cui mi ero cacciato: non trovando lavoro come designer diventai, per forza, un pizzaiolo. In più le cose con lei non andavano bene. Dopo 4 mesi decisi di lasciare tutto e di tornare indietro con la macchina. Me la presi comoda perché In Italia non mi aspettava nessuno. Mi fermavo nelle città che non conoscevo, giravo per le campagne. Una volta giunto a Francoforte chiamai Lorenzo che, dopo avermi ascoltato, mi disse: ‘Per tornare hai bisogno di un po’ di compagnia?’ Detto, fatto. Prenotò il volo per Dusseldorf e tornammo insieme a Torino. Quel viaggio è stato fondamentale. Eravamo entrambi insoddisfatti e cercavamo nuove sfide. L’artista e l’imprenditore in fondo non sono affatto diversi e in quel frangente ebbi tutto molto più chiaro”.

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La prima idea, ancora oggi non accantonata, è quella che Luca ebbe a 18 anni, accolta con grande entusiasmo da Lorenzo: la costruzione di una comunità di orti urbani, Ortopoli (città degli orti ma anche dei giusti, secondo l’etimologia greca). Un’idea che, pur non decollata per vari motivi, rimane nel cassetto in attesa di essere riesumata. Luca, nel frattempo, inizia a monitorare i bandi europei volti a finanziare le nuove imprese. Si accorge che sono tantissimi quelli dedicati al mondo digitale e decide allora di proporre a Gian Marco, l’esperto in questo settore, una vecchia idea nata prima della sua fuga d’amore in Olanda: Cloubs. La telefonata posta in incipit al pezzo è esattamente l’inizio di questo ulteriore capitolo mentre la cifra 250 milioni di euro è l’intero budget messo a disposizione da uno di questi bandi. Quasi contemporaneamente viene coinvolto anche Lorenzo: a lui spetta la parte legata ai numeri e ai conti. Cloubs è dunque nata nel 2013 dalle ceneri di Ortopoli. Inizialmente si chiamava Garçon ma come ricorda Luca “nessuno sapeva scriverlo correttamente. In più l’idea era quella di un cameriere digitale perché inizialmente ci volevamo rivolgere ai ristoranti. Ora, avendo come punto di riferimento i locali notturni, anche il nome non poteva più andare bene. Cloubs vuol dire club, locale; vuol dire “clou”, il perno del locale; vuol dire “fiori”, inteso come seme delle carte francesi, cosa che ho cercato di riproporre nel logo”.

IMG_2714L’ultima svolta, quella che ha trasformato l’idea in qualcosa di più concreto, avviene quando Luca scopre l’esistenza del Working Capital, acceleratore milanese di Telecom. Il 25 giugno 2013 incontra Marco Zamperini: in quell’occasione è  uno dei tutor a cui i partecipanti/curiosi potevano rivolgersi per parlare del proprio progetto. “Non avevo un pitch avevo solo una bozza, qualche screenshot ma niente di serio. C’era solo ‘Mimmo lo Zozzo’ un ristorante inventato da Gian Marco con ricette inventate tipo la ‘zuppa di zanzare’. Marco Zamperini fu dunque il primo a sentire l’idea: m’incoraggiò ad andare avanti con grande gentilezza. Gli sarò sempre grato perché quello fu il momento in cui iniziai a professionalizzarmi. Cominciai a capire come strutturare il business e a conoscere le sfaccettature di questo mondo così particolare e stimolante.”

Cloubs partecipa al secondo bando di Working capital vincendo 25.000 euro. Luca, Lorenzo e Gian Marco, in questi mesi, hanno realizzato un prototipo funzionante e, come ci raccontano, “i locali che l’hanno visto non vedono l’ora che sia reso disponibile. Sarà pronto a breve. Vorremmo fare il lancio ufficiale a giugno con alcuni locali selezionati a Milano, Torino e lungo la Riviera Romagnola”.

L’amore per Torino porta i tre a stabilirsi all’interno dell’incubatore del Politecnico di Torino (I3P) e ad avvalersi di alcuni collaboratori esterni. Oggi i tre giovani “startappari”, come ama chiamarli Luca, possiedono tutte le qualità e i valori per far crescere ulteriormente la loro realtà: sono un pozzo di idee, hanno il coraggio di cambiarle e lavorarci, di raccontare ai propri colleghi ogni progetto creativo che gli passi per la testa: “Gli altri ti danno idee, consigli, sarebbe una sciocchezza non parlarne. Ognuno è concentrato talmente sulla propria, che non butterebbe mai all’aria il proprio progetto”.

Alessandro Frau (@ilmercurio85)
Marialuisa Greco (@grecomal)