Biotechware: "Con CardioPad Pro porteremo l'elettrocardiogramma in farmacia"

Alessandro Sappia ed Enrico Manzini, si raccontano: “Abbiamo fondato la nostra startup il 14 febbraio, data non casuale per chi ha messo il cuore al centro del suo progetto”.

CardioPad Pro

CardioPad Pro

“Vogliamo vendere una soluzione completa a partire da quest’oggetto, il CardioPad Pro, che è un elettrocardiografo ad uso professionale: ossia è equivalente ad un prodotto carrellato ospedaliero ma in più è portatile, sta in una valigetta da pc, possiede costi inferiori per l’utente finale, quattro-cinque volte in meno a seconda del modello, e funziona con una piattaforma cloud”.

Alessandro Sappia ed Enrico Manzini ci parlano con orgoglio del loro prodotto e di Biotechware, la startup che hanno fondato nel 2011 all’interno di I3P, l’incubatore del Politecnico di Torino.

“Siamo diversi ma estremamente complementari” ci confessa Enrico: “Io sono più conservativo e posato. Alessandro ha uno spirito imprenditoriale forte e un’energia inesauribile. Questo equilibrio è la forza della nostra realtà, forse il motivo di massimo pregio di Biotechware”.

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fonte: www.lastampa.it

Entrambi trentatreenni hanno due storie che rappresentano in pieno la loro opposta personalità. Enrico ha un fisico asciutto, occhi attenti e una lunga coda di cavallo. La sua voce trasmette una certa praticità, rivestita di una gentilezza che elide, fin da subito, ogni barriera dialettica. A Torino, oltre ad esserci nato, ha sempre vissuto: “L’unico sedicesimo di sangue non piemontese è quello che mi ha dato il cognome, tipicamente friulano”. Fin da bambino aveva le idee chiarissime riguardo a quella che sarebbe stata la sua strada: “Da piccolo volevo fare l’ingegnere. Il mio è stato un percorso pianificato con grande lucidità, compresa la scelta del Liceo Classico per assaggiare un po’ di maniere umanistiche prima di iscrivermi al Politecnico. Di solito ho abbastanza chiaro l’obiettivo che voglio perseguire, anche se ottenerlo non è sempre facile”.

Alessandro, elegante nei gesti e negli sguardi, appare fin da subito a suo agio davanti al registratore. La sua voce coinvolge l’interlocutore con alcuni aneddoti che descrivono, con grande efficacia, la sua infanzia e adolescenza: “Sono nato a Sanremo il 25 aprile 1981, alle 8 e 55. Quando ero molto piccolo ammiravo uno zio, molto anziano, amante del bricolage e che costruiva continuamente oggetti per sé: traendo ispirazione da lui, a 4 anni, costruii una sorta di antifurto con i lego. A 8-9 anni, dopo aver tirato su un teatrino di comiche con altri compagni delle elementari, aprii il mio primo negozio, dentro l’armadio di camera mia: vendevo gelati ai miei amici. Ero già un imprenditore. Il mio approccio con la tecnologia è iniziato, invece, con un commodore 64, un oggetto da cui ho sviscerato tutto, ho divorato il libretto d’istruzione, quelli di una volta, molto tecnici e che spiegavano ogni piccola possibilità d’azione.”

Alessandro ed Enrico s’incontrano al Politecnico di Torino, tra i banchi dell’allora facoltà d’ingegneria informatica. Scoprono di avere interessi comuni e, con altri ragazzi, iniziano a vivere quel luogo in ogni sua possibilità, sia fisica che teorica: “Oltre che frequentare le lezioni” ricorda Enrico “abbiamo iniziato ad esplorare una struttura che possiede tanti lati misteriosi e affascinanti come i sotterranei, un vero labirinto! Tra i banchi di rame trovati per terra ci sembrava di percorrere le strade lastricate d’oro delle fiabe.”

Per entrambi è un periodo fitto di collaborazioni. Enrico, tra la triennale e la specialistica, lavora per Skylogic, in un campo, quello delle comunicazioni satellitari, completamente diverso ma che gli ha dato la possibilità di intraprendere un percorso di maturazione importantissimo: “Le startup sono una bellissima cosa ma se non si hanno da parte dei soldini o il sostegno della famiglia, non si riesce a mangiare, almeno all’inizio. Quel lavoro mi ha fatto capire tante cose e dato un minimo di serenità. Ancora oggi continuo, per volere loro, a collaborare part-time nonostante Biotechware abbia avuto un avvio fortunato. Per me tutto ciò ha una grande rilevanza perché rappresenta un riconoscimento di ciò che ho fatto negli anni.”

Alessandro, per un paio di mesi, trova lavoro in una società, Delta-3, che faceva grafica per le partite di Coppa Uefa: “Mi hanno spedito a imparare i nomi dei giocatori greci del Panathinaikos, un’esperienza unica”. Parallelamente inizia a lavorare, insieme ad un altro ragazzo, per una società di Milano che erogava servizi di telemedicina: “Dopo un po’ di tempo il ragazzo ha deciso di non continuare quest’avventura e ho chiesto ad Enrico se volesse sostituirlo”. Così, una volta a settimana, i due si ritrovano a viaggiare in treno da Torino a Milano: “Per almeno 3 anni abbiamo fatto questo tragitto. Abbiamo scoperto lo strano ambito della telemedicina e della telecardiologia, una disciplina interessante ma ricca di lati migliorabili soprattutto grazie alle innovazioni apportabili dall’informatica: sistemi molto vecchi e poco funzionali, costi di gestione elevati, costi legati ad un cardiologo fisso. I viaggi in treno hanno aiutato ad alimentare riflessioni, confronti, discussioni, soluzioni. L’idea di Biotechware è nata anche in quei vagoni.”

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L’avventura milanese si conclude quando l’azienda di telemedicina viene ceduta ad un gruppo di Roma che, dopo circa un anno, ha deciso di trasferire tutte le attività a Frosinone. “Voi ci sareste andati? Diciamo che  le condizioni non erano così favorevoli per uno spostamento del genere”. Dopo alcuni anni di stand-by i due vengono a conoscenza di I3P, la molla decisiva per tirare fuori dal cassetto il loro progetto: “Il riscontro è stato positivo” racconta Alessandro “ ma il passo successivo fu quello di stendere un business plan. Il primo che proponemmo era un disastro, troppo ottimistico, nonostante notti e notti d’impegno e lavoro. Non sapevamo come conteggiare certi costi e certe cose. L’idea è cresciuta da allora, anche fisicamente visto che avevamo pensato inizialmente ad un oggetto dalla grandezza di uno smartphone mentre adesso assomiglia maggiormente a un tablet. Ci siamo resi conto che una cosa è il desiderio, un altro è il prodotto che si può effettivamente realizzare.”

Alla fine dopo essere riusciti a scrivere un solido business plan, i due partecipano alla Start Cup 2010, senza aver ancora fondato una società. Entrambi, nonostante siano passati quasi quattro da allora, ricordano con grande chiarezza quei giorni: “Non eravamo tesi. Dovevamo presentare le nostre prime slide e temevamo non fossero le più adatte ed efficaci per spiegare il progetto. Eppure, la Start Cup è una competizione che non mette tutti contro tutti ma che permette di scambiare competenze e stimolare la creatività. Le realtà che partecipano, in fondo, navigano tutte nella stessa barca. Osservare, imparare dagli errori e far sì che gli altri imparino dai tuoi, confrontarsi e scambiarsi delle dritte è una delle opportunità principali di un evento così stimolante.” Alessandro ricorda ancora i numeri di quell’edizione: “Siamo arrivati quarti su 264 progetti presentati. Abbiamo così partecipato anche al Premio Nazionale per l’Innovazione. Il lavoro con i tutor, le chiacchierate con i professionisti e, in generale, i feedback ricevuti ci hanno fatto dire: basta, facciamola davvero questa startup! La costituzione della società, con capitale e tutto, è arrivata dopo questa serie di incontri ed eventi fortunati”.

Da allora Biotechware ha  avuto un numero ricorrente: il 14. La costituzione di Biotechware è avvenuta il 14 febbraio 2011 che, come ricorda Enrico, non è “una data casuale per chi ha messo il cuore al centro del suo progetto”. Il 14 gennaio 2014 è arrivato un fondo che ha supportato la produzione del CardioPad Pro e il 14 aprile 2014 è iniziato il servizio di refertazione.

Certificato di conformità

Certificato di conformità

La società, nonostante alcuni avvicendamenti, è sempre stata caratterizzata dal lavoro dei due protagonisti con la partnership di Vertigotech, una startup anch’essa nata all’interno di I3P. Il tempo di sviluppo, dal business plan alla realizzazione concreta del prodotto, è stato di circa due anni. Una fase molto dispendiosa è stata quella relativa alla certificazione del prodotto, come racconta Enrico: “In campo medico è necessario ottenere gli attestati di conformità e qualità. Tutto il 2013, fino al 18 novembre, è stato dedicato ad ottenerli. Un calvario di cui siamo molto orgogliosi. Da quando ce li hanno dati il prodotto è commerciabile: chi fa dispositivi medici non può ovviamente mettere in commercio dei prodotti beta. In questo momento abbiamo una serie di agenti che stanno girando in alcune Regioni selezionate e che hanno già ottenuto dei riscontri molto positivi.”

Alessandro ribadisce l’importanza dell’incubatore anche nell’individuazione dei clienti: “Ci ha aiutato a restringere, inizialmente, il nostro focus: questo prodotto potrebbe andare in mille posti ma dovevamo scegliere un piano d’attacco: il nostro è quello di venderlo alle farmacie. Sono molto diffuse nel territorio, da qualche anno è permesso loro erogare servizi, il cittadino si fida del farmacista. L’idea è quella di portare un esame non invasivo per ovviare ad un problema che di solito si risolve seguendo due possibili strade: l’ospedale che ha un costo contenuto ma tempi infiniti e gli studi/centri privati che riducono il fattore temporale ampliando quello economico. Noi cerchiamo di rappresentare una soluzione intermedia.”

Enrico, in fondo a questa chiacchierata, ci rivela un suo sogno: “Quando la startup avrà trovato ancora più solidità, speriamo di poterci dedicare anche a progetti sociali, di stampo umanitario. Immaginate quello che potrebbero fare i medici, con uno strumento così maneggevole e di semplice uso, in territori meno fortunati come l’Africa…”

Alessandro Frau (@ilmercurio85)