Gian Luca Ranno: la storia della pecora nera che ha creato Gnammo.

“Come portare, tramite il web, le persone davanti a una tavola”. Gian Luca Ranno, il creatore del primo social eating italiano, Gnammo, si racconta.

 

Evviva le pecore nere!

Fuori dal coro, controcorrente. Rischiano, tradiscono le aspettative dei familiari e se ne infischiano. Coraggiose pecore nere. Osano e riescono proprio perché fuori dalle regole e da schemi precostituiti.

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A far parte di questa schiera rientra anche Gian Luca Ranno. Nato a Rivoli nel ’73, si definisce la pecora nera della sua famiglia. Quella che, quando aveva diciassette anni, spende i soldi della settimana bianca per un viaggio a Barcellona e lo rivela alla madre da ubriaco. Dopo il liceo s’iscrive alla facoltà di Storia Medievale. Due anni dopo parte per lavorare in un sito archeologico in Irlanda. Torna, s’iscrive al Dams ma non resiste molto.  L’esigenza di partire è troppa e così si ritrova a Lisbona, dove per un anno lavora in un’impresa di restauro. L’università non la finirà mai, a lui piace viaggiare.

Nel 2010 la svolta. E’ a una cena tra amici, poco dopo il rientro da un viaggio col figlio. Si mangia, si chiacchiera. L’atmosfera è allegra. Qualcuno esordisce con la classica frase: “Ma come cucini bene, dovresti aprire un ristorante!” ma il cuoco risponde che sarebbe bello se non fosse che in Italia costa troppo. Aggiunge poi che lui vorrebbe cucinare solo in alcune occasioni per gli amici, o al massimo per incontrarne qualcuno di nuovo. Ranno ascolta lo scambio di battute fra i due. La mente elabora. Perché non farlo davvero? Perché non organizzare cene in cui le persone hanno la possibilità di incontrarsi e conoscersi? In fin dei conti dai suoi viaggi ha imparato che la tavola è un potente connettore di persone e personalità. “Il più vecchio social network del mondo” afferma, perché il tavolo è il punto d’incontro,  poi la gente va oltre. Si conosce, comunica. E così Ranno parte, questa volta alla conoscenza del web. E’ un mondo da lui inesplorato, ma non ha paura. Osare è una parola chiave del suo vocabolario. Osare perché, quando si ha un’idea, si deve avere anche il coraggio di concretizzarla per vedere se funziona. E se funziona bisogna parlarne, far sapere a tutti che si è in campo, cercare alleati per far crescere l’idea. Il viaggio inizia con la scoperta di un social network in cui si ha la possibilità di affittare, o condividere la stanza. Ranno, con la collaborazione dell’amico d’infanzia Cristiano Rigon, decide di prendere questo modello di business, spostarlo sulla tavola e creare il primo social eating. La prima landing page esce nel giugno del duemilaundici. Poco tempo dopo scopre che esiste un progetto simile a Bari, creato da Walter Dabbicco. Decide di chiamarlo, pensa sia inutile “farsi la guerra fra poveri”, e gli chiede di unire le forze. Dabbicco accetta e poco dopo presentano la fusione dei team al “Telecom Working Capital”, un programma che incentiva la nascita e lo sviluppo di una startup. Non vincono, ma Ranno non demorde e trova comunque il modo per farsi conoscere. Durante la premiazione sale sul palco con delle paste. Le offre, lascia dei volantini, spiega ciò che vuole fare. I blog iniziano a parlare di loro e così nel febbraio del duemiladodici esce la landing page ufficiale, a giugno il sito diventa operativo. Il nome, Gnammo.

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Oggi Gnammo è una startup e conta un totale di 7000 persone che hanno partecipato agli eventi, in 17 regioni con più di 15 mila iscritti. E’ la prima piattaforma italiana di social eating. Il sito offre la possibilità di essere un “Cook” o uno “Gnammer”. Il primo è colui che organizza una cena o un pranzo e mette a disposizione la sua casa o un locale. Il secondo è colui che chiede di poter partecipare all’evento, ma solo con l’approvazione del Cook. Si paga tramite la paypal e Gnammo trattiene il dieci percento. La startup ora è in evoluzione. Ranno crede nella sharing economy, un sistema che si basa sul condividere un servizio o un bene al fine di generare un valore aggiunto sia per gli individui che per la comunità,  e pensa sia un modello di sviluppo migliore. Un modello che esiste già, che vede, ad esempio, nel sistema d’educazione della scuola del figlio, dove i bambini sono liberi di sviluppare le loro inclinazioni. Un modello, quindi, che secondo lui deve solo esplodere.

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E Ranno non ha paura di bruciarsi. “Ci vuole il coraggio di perdere tutto per ottenere tutto” spiega. E’ convinto, infatti, che solo se si corre il rischio di rompere o variare le regole si può cambiare qualcosa. E questo appare ancora più straordinario se si pensa che finora non ci ha guadagnato nulla. Quest’uomo ha quarant’anni e un figlio. Sorge spontaneo chiedersi perché lo fa, perché non si è messo dietro una scrivania con la sua bella ventiquattro ore e il suo stipendio fisso. La risposta è talmente semplice da sembrare quasi banale. Lui ci crede. Lui è un idealista, una pecora nera.

Eugenia Suppressa