Ecco il designer italiano che stamperà la prima auto in 3D: «Ora facciamo vincere il Paese»

«Vorrei che si parlasse della mia vittoria come stimolo per cambiare le cose in questo Paese. Qui non si può fare impresa e chi prova a fare qualcosa di concreto viene subito stroncato. Per questo, oggi come oggi, non starei più a raccontare la favola del primato del design italiano nel mondo».

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Michele Anoè, 49 anni, designer mestrino trapiantato a Torino, ha appena vinto il 3D Printed Car Design Challenge, il concorso indetto da Local Motors per stampare un’intera automobile in 3D. Eppure, nonostante abbia messo la sua firma in quello che potrebbe diventare un traguardo storico, non ha nessuna voglia di festeggiare: «Sono un po’ disilluso nel vedere ciò che mi circonda. Preferirei parlare di Local Motors che di me, vorrei rimanere più defilato, silenzioso. Tutta questa attenzione mi sembra troppa».

La sua Strati, che ha superato la concorrenza di oltre 200 progetti provenienti da 30 paesi diversi, prenderà forma durante l’International Manufacturing Technology Show di Chicago, dall’8 al 13 settembre prossimi. Una parabola che sembra completare, idealmente, un percorso iniziato nel garage di casa quando, fin da piccolo, Michele smontava e rimontava biciclette e carretti.

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fonte: https://localmotors.com/

Ci incontriamo in una calda serata di giugno, a Torino, città che conosce ormai come le sue tasche. Sono passati molti anni, infatti, da quando ha lasciato la laguna veneta per studiare allo IAAD: «Quando sono arrivato era una città cupa che, per fortuna, aveva subito una decisa trasformazione nel 2006. Oggi con la crisi mi sembra sia tornata ad essere un po’ triste».

Michele è una persona timida, non abituata ad avere i riflettori puntati su di sé: «Il lato negativo di questa vicenda è proprio quella di dover apparire. Andy Warhol aveva ragione, i quindici minuti sono arrivati anche per me e ora non vedo l’ora che passino in fretta». La sua voce è fievole, destinata ad accendersi solo a tratti, per lo più quando analizza il mondo di cui fa parte da più di 15 anni e che giudica mestamente in declino. Un mondo in cui è entrato dalla porta principale viste le esperienze trascorse al servizio di alcune delle eccellenze del settore motoristico: prima l’Aprilia come freelance, poi Fiat e Mercedes. Ma nel suo curriculum ci sono anche consulenze aziendali, ruoli di primo piano all’interno di alcune società di design e attività legate alla formazione e all’insegnamento. Attualmente ha un piccolo studio all’interno della sua abitazione, collabora con Inovo Design e con i suoi partner di caratura internazionale.

Fin dalla prima domanda, incentrata sullo stato di salute del design italiano, capisco di muovermi su un piano accidentato, nel quale il rischio di toccare tasti delicati è altissimo: «Su questo voglio essere ancora molto chiaro. Non vorrei che, solo per il fatto che abbia vinto un italiano, passasse un messaggio in cui si dica che il nostro design è ancora all’avanguardia. Troppi articoli in questi giorni lo hanno fatto. Noi stiamo vivendo su un passato fenomenale ma basta guardarsi intorno per capire quanto lo stiamo distruggendo: stanno soffrendo realtà come Bertone e grandi aziende come la Fiat non sono più in grado di dare lavoro. Per quanto mi riguarda è inutile riempirsi la bocca di parole su quanto noi italiani siamo bravi a fare questo o quello. Per fare design serio e innovativo si deve investire moltissimo, si deve spingere sull’acceleratore. Oggi i designer italiani sono capaci solo di guardarsi allo specchio. Si vedono sempre gli stessi attori, le stesse facce. Nonostante i risultati, che comunque ancora si ottengono, si può e si deve fare di più. L’unica cosa certa è che le teste ci sono, siamo pieni di giovani eccezionali che aspettano la loro chance».

Il punto di vista di Michele è quello di chi vive in una posizione di medietà tra le nuove rampanti generazioni e la vecchia retroguardia: «Sì, hai detto bene. Mi trovo proprio lì in mezzo e girando lo sguardo posso osservarle entrambe. A dirla tutta, quando io ho iniziato, c’era già questa contrapposizione. Però, oggi, c’è una vera differenza: il precariato. Molti giovani designer vengono sfruttati, lavorano moltissimo ricevendo una bassissima retribuzione e pochissimi diritti. Se sono veramente bravi possono farcela, ma non è facile.  Ci tengo a dire che ognuno di loro avrebbe potuto vincere il concorso di Local Motors, tutti hanno le potenzialità per farlo. I nostri giovani sono pronti a spezzarsi la schiena nonostante sappiano di trovare alcune porte già definitivamente chiuse e se questo premio l’avesse vinto uno di loro, sarei stato molto più contento. Mi sembra quasi di usurpare un posto che sarebbe servito a far avere un po’ di luce a qualcun altro. In Italia abbiamo bisogno di imprenditori che davvero vogliano investire sui giovani. Le startup possono andare bene ma servirebbero strutture più forti, reti e sostegni maggiori. Senza è difficile che qualcosa cambi per davvero».

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fonte: https://localmotors.com

Scopro, tra le tante cose, che Michele aveva già partecipato al concorso di Local Motors proponendo qualcosa di molto diverso da Strati: «Ho conosciuto il concorso girando un po’ su internet con i ragazzi con cui collaboro grazie a Inovo Design. Avevo già provato nel 2011 con un’idea molto più fantascientifica, una roba strana, una cosa volante. Vinsi, allora, un premio della giuria. Tra i progetti presentati quest’anno, invece, Strati è quello meno innovativo. Fare un modello strano, complicato, poteva diventare per me di nuovo un rischio. Stavolta mi sono trattenuto un po’. Ho voluto osare meno e fare qualcosa di più realistico».

Strati verrà realizzata attraverso un processo che sarà sia addittivo, stampa 3D, che sottrattivo, fresatura di alcune sue parti specifiche. Un’unica operazione che dovrebbe durare alcuni giorni e che spiega, ad esempio, l’assenza delle portiere. Il materiale è un tipo speciale di plastica rinforzata con fibre di carbonio e vetro, miscela scelta per creare un certo equilibrio tra resistenza e leggerezza. Si tratta, tuttavia, di un oggetto che ha, nella sua delicatezza, anche il suo principale punto debole: se si dovesse rompere un singolo pezzo, infatti, sarebbe impossibile sostituirlo rendendo necessario un conseguente (e poco economico) cambio dell’intera vettura. Un elemento in grado di mettere ancora più in risalto la natura pionieristica di questo progetto che, in un panorama in continua espansione, non rappresenta certamente un unicum. Tra i vari tentativi gemelli, Michele cita Urbee2 di Jon Kor, una macchina che verrà stampata seguendo le stesse modalità di Strati e che contribuirà a fare un ulteriore passo verso il futuro.

Strati è stata sviluppata in un tempo relativamente breve e che, soprattutto, non ha occupato i pensieri principali del suo creatore: «Quando si partecipa a concorsi di questo genere conta tantissimo l’esperienza, oltre alla capacità di essere veloci. Ci ho lavorato circa due settimane, circa 10 ore al giorno, sempre dopo aver terminato la mole di impegni professionali a cui davo priorità. Non vorrei però essere dipinto come uno che realizza le cose in poco tempo perché, come ho detto, ci vuole solo un po’ di esperienza. Ad esempio posso dire che non sono totalmente soddisfatto di Strati e che, rivedendola oggi, già la cambierei…”

I giudici del concorso hanno premiato il lavoro di Michele sia per la compatibilità con le tecnologie di stampa 3D che per l’equilibrio tra eleganza e aggressività del suo design. Lonnie Love, direttore dell’Oak Ridge National Laboratory, ha definito Strati un’automobile che «ha mostrato un ottimo equilibrio tra innovazione, complessità delle linee tridimensionali e praticità del tettuccio ritraibile». Giudizi che Michele condivide, aggiungendovi però un elemento da non trascurare: «Sicuramente ha contato capire che loro avevano bisogno di un prodotto che andasse in stampa a settembre, che fosse pronto a breve. Il mio, forse, era uno dei più immediatamente realizzabili».

local-motors4A questo punto decido di tornare al desiderio iniziale di Michele riportando il discorso su Local Motors: «Si tratta davvero di una community. C’è un forum molto vivo, anche pieno di contrasti e critiche. C’è sempre qualcuno che vuole vincere, arrivare primo, apparire ma, parallelamente, ci sono persone propositive, intelligenti, piene di idee. Puoi trovarci grandi stimoli, un vero fermento che trovo veramente interessante. Qui in Italia, per fare un esempio, ho partecipato recentemente ad una tavola rotonda dove da una parte c’erano tanti designer propositivi che parlavano di open source con una visione molto aperta verso il futuro e dall’altra parte, invece, queste aziende stagnanti, vecchie, che presenziavano solo per cercare di ottenere fondi europei. Un panorama davvero triste».

Michele ha conosciuto alcuni grandi colossi dell’automobile, aziende che hanno fatto la storia  dell’industria italiana e che oggi stanno vivendo un periodo di trasformazione e adeguamento al mercato: «Ho ancora l’occasione di lavorare con Fiat, come consulente, seguendo alcuni ragazzi che ho formato e che spesso vengono chiamati per ricoprire, temporaneamente, vari ruoli. Ti posso dire che i problemi, dopo vent’anni, sembrano essere sempre gli stessi. Però, quando c’ero io, la parte dedicata al design era sviluppata in un ufficio piccolissimo. Mi ricordo dell’ambiente spartano e di alcune scrivanie veramente disastrate. Ora c’è uno spazio ultramoderno, molto bello e più adatto a sviluppare le idee di chi ci lavora».

Un altro problema da risolvere, per Michele, riguarda la gestione degli spazi urbani di Torino: «Sono fortemente incavolato con l’amministrazione comunale. Prendiamo ad esempio la zona dell’ex villaggio olimpico: lì ci sono edifici abbandonati, semi distrutti, ignorati. Basterebbe darli ai giovani, ai makers, agli startupper e dire loro: create qui il vostro futuro. Si potrebbe combattere l’abusivismo e concedere loro quegli spazi al costo simbolico di un euro. Così si curerebbe meglio il patrimonio cittadino e si darebbe una possibilità a chi ha voglia di fare. Forse con questa vittoria possiamo lanciare un altro messaggio: facciamo dei piccoli Local Motors anche in Italia. Qualcosa si sta già muovendo. Basta vedere l’esempio dei fablab. Però dovrebbero avere l’opportunità di crescere, avere finanziamenti, ricevere una spinta. Non vorrei che le stampe 3D o progetti simili si rivelino una bolla. L’auto che faremo a settembre è pensata solo per un possibile mercato statunitense, visto che non può viaggiare in Europa perché non regge agli standard che abbiamo qui. Però il processo è molto interessante e da qualcosa si doveva pur partire. Vedremo cosa succederà, sono molto curioso».

Sono passati quasi quarantacinque minuti da quando ci siamo seduti ad un tavolino di un bar e abbiamo iniziato a parlare. Non mi resta che chiedere a Michele qualcosa sul suo futuro e sul futuro dell’automobile: «Capirlo e analizzarlo è il progetto che porto avanti da tanti anni. Lavoro su un libro, un saggio ciclopico che vorrei finire prima o poi e che dovrebbe riuscire a parlare di questo mondo in evoluzione. Vorrei far capire a tutti che stiamo esagerando. Costruire un’automobile è un dispendio di energie e di devastazione impressionante per il pianeta. Forse il discorso del 3D potrebbe essere una soluzione. Insieme a Tesla e Google Car potrebbe rappresentare, se non un punto d’arrivo, sicuramente un momento di passaggio obbligato. Ed è Questo ciò che davvero mi affascina».

Alessandro Frau (@ilmercurio85)

Un Commento a “Ecco il designer italiano che stamperà la prima auto in 3D: «Ora facciamo vincere il Paese»”

  1. Supermenn

    Cavolo, vede tutto nero, da solo parla male della propria vettura.. capisco l’umiltà, poteva andare meglio ma un minimo di entusiasmo… Se fa da solo questa pubblicità l’azienda non venderà perché il creatore ha parlato male della creatura.

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