Memorie di un ascoltatore vis-à-vis: intervista a Chiara Trevisan, la Mary Poppins del libro

Quando arrivo in piazza Carignano, la lettrice vis-à-vis Chiara Trevisan è già impegnata a raccogliere i bigliettini che il vento ha spazzato via dalla sua scatola. È così magra che volerebbe via anche lei, ma deve restare. Riesce a recuperarne una discreta quantità, e si preoccupa di rimetterli al loro posto. Sotto il leggìo ha… Read more »

Chiara

Quando arrivo in piazza Carignano, la lettrice vis-à-vis Chiara Trevisan è già impegnata a raccogliere i bigliettini che il vento ha spazzato via dalla sua scatola. È così magra che volerebbe via anche lei, ma deve restare. Riesce a recuperarne una discreta quantità, e si preoccupa di rimetterli al loro posto.

Sotto il leggìo ha appoggiato un cartello: “Affittasi lettrice per conversazioni e microletture”.

“È bene specificarlo” esordisce “una volta mi hanno chiesto se ero in vendita io”.

Chiara, classe 1972, ha inventato un modo nuovo per raccontare le pagine di un libro o i versi di una poesia: ti lascia scegliere dalla scatola un biglietto con una parola chiave, un titolo o una frase che ti rappresenta, recupera dal catalogo il libro e la pagina di riferimento e la legge per te, per poi scambiare quattro chiacchiere sull’argomento.

Le condizioni metereologiche non sono generose con lei quest’oggi, ed è costretta a inseguire i foglietti una seconda volta. Sto fissando la bici che usa per spostarsi e i titoli contenuti nel carrello, quando sento il rumore dei tacchi sui sampietrini che fanno ritorno alla base; Chiara si passa una mano sulla fronte spostando la frangetta, conta i biglietti e si rende conto che ne mancano parecchi all’appello. Sbuffa, guardandosi attorno: “Che tristezza, però…”.

“Faccio questo mestiere da dodici anni, prima mi occupavo di teatro di figura, ero una domatrice di pulci, ma ho sempre cercato di concentrarmi sul rapporto faccia a faccia, quasi sempre uno spettatore alla volta”. Intanto scelgo il mio biglietto dalla categoria ‘testi’. Le altre due sono ‘parole’ e ‘titoli’.

Chiara_biglietti

“Sentivo il bisogno di passare dalla performance alla relazione” continua mentre le consegno la mia frase, che legge avvicinando il foglietto agli occhi: “Far finta di credere che io sono meglio… oh, e perché?”.

Mi stringo nelle spalle. Le dico che non parlo molto, però mi interessa chiederle se secondo lei è possibile che la crisi dell’editoria in Italia parta anche da un’educazione troppo arroccata sulla classicità.

“No, no, sono molto soddisfatta dell’elenco dei libri che mia figlia porta a casa dal liceo. Non solo classici, ma moderni e contemporanei. Molti esempi di scrittori che danno un’idea del ritmo e del contenuto” sorride, mentre cerca il testo nel carrello. Lo trova, e ci dà un occhio fra sé e sé, poi continua: “I bambini sono molto più fortunati degli adulti, hanno sempre qualcuno che legge loro una storia a voce alta, per me è un’abitudine. Sì insomma, se te lo stessi chiedendo, lo faccio per abitudine”.

Il ‘mio’ testo è una poesia inedita in dialetto veneto di Giacomo Sandron, il cui verso più significativo recita, per l’appunto, “far finta de creder che mi son meio”. La legge con tranquillità infinita, con l’enfasi di chi vorrebbe urlare ma si limita a tenere un tono di voce basso perché non vuole disturbare l’artista di strada che si è posizionato a un paio di metri da lei. È una poesia che mi somiglia tanto da farmi sentire in imbarazzo, e per quanto mi sforzi non riesco a esprimere un commento migliore di “fantastico”.

“Nella realtà straparlo, mentre qui sono obbligata ad ascoltare. Non che sia una festaiola – per carità – ma fuori dal lavoro, quando ho voglia di ascoltare qualcuno, me ne sto da sola e leggo un libro”.

Il leggìo crolla sotto la forza del vento, e questa volta è un disastro: la scatola si scoperchia e il contenuto prende il volo per intero. Lei si volta e segue la scia dei biglietti senza correre, un po’ per i tacchi, un po’ perché andare di corsa non è il suo stile. La aiuto a recuperarli. “Per questo lavoro ci vuole tranquillità, maturità e freschezza”, commenta riprendendo posto.

Le chiedo allora se ha altri progetti, e mi risponde che ha tenuto per diverso tempo un blog su cui tracciava il ritratto dei pedoni che lasciava attraversare la strada quando si aggirava in macchina per la città, “sia in forma narrativa che sotto forma di fotografia. Certo, mi sono resa conto subito che l’atteggiamento è condizionato dalla gentilezza, ma le reazioni sono sempre così diverse l’una dall’altra”.

“Ti sei stancata?” le domando. “No, non ho più il mio Doblò” sorride “poi ho viaggiato parecchio, leggo anche in inglese, spagnolo e francese: i libri sono zeppette meravigliose ovunque”.

Non dico nulla, è la mia espressione che la convince a ribadire: “I libri sono zeppette, come quando infili qualcosa sotto uno sgabello che ha una gamba troppo corta. A me piace fare da tramite”.

Si sistema la sciarpa celeste attorno al collo, perché un lembo si prende troppe libertà nella giornata ventosa. Ci salutiamo. Mentre mi allontano, una folata particolarmente intensa mi costringe a volgere lo sguardo nella sua direzione. La vedo di nuovo, e di nuovo la scatola è in terra. I foglietti si sparpagliano in ogni angolo della piazza, trascinati dal vento.

Ho gli occhi socchiusi, ma giurerei che Chiara sta facendo labbruccio: “È proprio una cosa triste…” sospira.

Matteo Goggia