Vite da operai, ieri e oggi: "Non pensate sia cambiato tanto!"

Quando Ugo B. lavorava alla Fiat, Nino L. R. non era neanche al mondo. Eppure qualcosa accomuna la vita di un uomo nato nel lontano 1939 e quella di un giovane del 1990. Una storia di emigrazione e di lavoro operaio. Torino sullo sfondo.

Sia Ugo che Nino lasciano la terra natale appena diciottenni, e non per iscriversi a qualche corso di laurea fuori sede. Si spostano lungo lo stivale per cercare quel lavoro dignitoso che nel sud Italia si fatica a trovare. Ugo parte da Salerno, Nino da un piccolo comune nella provincia di Agrigento, Montevago. Destinazione: il nord. Ugo è diretto a Monaco di Baviera, Nino a Milano. Nessuno dei due stazionerà troppo a lungo in questa prima tappa.

 pizap.com10.32614478748291731395534612574Nino a Milano lavora solo tre mesi, alle Poste, come portalettere; quando il contratto non viene rinnovato, torna a Montevago, dove resta quattro anni, arrangiandosi con qualche lavoretto durante la vendemmia, ma niente di più.

Ugo a Monaco trova vitto, alloggio e lavoro presso una famiglia che gestisce un bazar. Rimpiangerà quei mesi per tutta la vita: “Non sapevo fare niente, ma i proprietari del bazar erano così gentili che ogni mattina mi portavano i giornali italiani. In Germania se facevi bene il tuo lavoro, nessuno stava a guardare da dove arrivavi”. Ben diversa la situazione a Torino. Ugo infatti lascia la Germania per raggiungere Maria Teresa, la sua compagna dai tempi delle scuole medie, che intanto ha trovato lavoro come maestra a Torino. Nonostante tutte le garanzie, è difficile ottenere un appartamento in affitto. “Voi napoletani – perché da Roma in giù sono tutti napoletani – siete in due e poi arrivano in cento”, queste le risposte dei proprietari.

I tempi sono cambiati però, e Nino ad oggi non ha avuto nessun problema di questo genere. Siamo nel 2013, il ragazzo ha raggiunto il padre, che da diversi anni vive a Torino, e si è iscritto all’ufficio di collocamento. Pochi mesi e viene chiamato dalla Tlsam, un’azienda appartenente al Gruppo Tiberina che si occupa di stampaggio metalli, tra le prime fornitrici della Fiat. Lascia la Sicilia, la mamma, la ragazza, e parte di nuovo. “Torino non è male, la gente che lavora con me cerca di farmi sentire a casa, ma la mancanza della casa vera, la Sicilia, si sente tanto.” Gli immigrati di oggi non vengono più dal sud Italia, vengono da un sud più profondo, gli immigrati di allora, in parte, sono i torinesi di oggi.

Se nel 1968 per un meridionale era difficile trovare un alloggio, al contrario, trovare un lavoro era semplicissimo. Ugo viene presto assunto dalla Westinghouse, azienda che lavora per conto terzi per la Fiat e che è specializzata nella costruzione di freni. Nel tentativo di raggiungere lo stipendio di 90.000£ al mese, 5.000 in più rispetto a quanto guadagnava, decide di sottoporsi alle prove d’arte della Fiat. “Facevano anche domande sulla politica, se eri comunista non ti prendevano, si sa, periodo di scioperi”, afferma ridendo. Ugo supera tutte le prove, ma ha ancora un contratto con la Westinghouse. Le politiche dell’azienda sono contrarie al trasferimento di manodopera da una fabbrica all’altra e Ugo dovrà aspettare di essere libero da ogni vincolo prima di venire assunto alla Fiat.

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Quello che racconta Ugo lo ricorda molto. Tutti vengono messi sulla linea inizialmente, poi smistati in seguito. Lui viene collocato nel reparto carrozzeria, dove rimane per sei mesi circa, in mezzo allo smog che dopo appena due o tre ore di lavoro rende impossibile la visuale. Lo spazio è poco, cinque operai su ogni macchina; i movimenti sempre gli stessi, la velocità della linea difficile da sostenere. Anche la strumentazione non è idonea al tipo di lavoro – appianare i “bolli” delle carrozzerie. Gli operai fabbricano autonomamente utensili più efficaci, che non risultano però anti-infortunistici, in quanto non forniti dalla fabbrica. In quelle condizioni di lavoro tutti fanno degli errori, nessuno riesce a reggere il ritmo: anche Ugo sbaglia, qualche pezzo gli scappa senza che riesca a metterci le mani.

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Quando Nino ascolta le parole di Ugo su come funzionava la catena di montaggio ai suoi tempi, sorride: “Non pensiate sia cambiato molto!”. Sicuramente i robot hanno sostituito in parte il lavoro manuale, meno persone, spazi meno costretti; i movimenti però sono quelli: otto ore, con una pausa di solo mezz’ora, facendo gli stessi gesti: “Un incubo! Fortunatamente è durata solo due mesi!”. Nino infatti viene presto spostato nel laboratorio, dove il suo compito è quello di controllare la materia prima, le saldature fatte dalle macchine. Sull’ argomento sicurezza Nino però ci rassicura: le aziende adesso organizzano periodicamente dei corsi per l’utilizzo degli attrezzi usati in fabbrica e soprattutto aggiornamenti sulle norme di sicurezza e primo soccorso.

 Anche Ugo avrà la fortuna di usufruire di un periodo di formazione, all’epoca essenziale per fare il salto di qualità. Dopo diversi trasferimenti di settore – da carrozziere diventa collaudatore, poi carrellista – la Fiat lo manda a scuola, una scuola per capi. La Scuola Agnelli, in Corso Dante, è un istituto professionale che dura un anno e garantisce il posto assicurato. Frequentarla significa passare da operaio semplice a specializzato. Ugo studia disegno meccanico e diventa aggiustatore stampista. La qualità del lavoro registra un notevole incremento. Adesso può prendersi i suoi tempi, avere più cura della propria incolumità fisica ed eseguire con più attenzione le proprie mansioni.

Con queste nuove qualifiche Ugo affronterà il periodo più lungo della sua esperienza in Fiat, ma la maggior parte dei suoi ricordi sembrano concentrarsi sui mesi precedenti. Ad esempio quando provava le vetture sulla pista (ancora oggi visibile sul tetto del Lingotto). “Mica tutte però! Sì, quelle da mandare in Inghilterra, America e Germania tutte, quelle per il mercato italiano solo a campione”. Racconta di come le stesse catene di montaggio fossero diverse, così come la qualità delle auto: alta per le potenze occidentali, media per l’Italia, scadente per Russia, Asia e Africa. La qualità si indicizzava poi dalla morbidezza delle imbottiture, dalla marmitta catalizzata, dagli ammortizzatori dei paraurti, dalla possibilità di attivare l’autoradio. Racconta poi gli anni degli scioperi: i manifestanti, i cosiddetti crumiri che scavalcavano di notte i muri della ferrovia per entrare a lavoro senza farsi intercettare e lui stesso, che non apparteneva a nessuna delle due fazioni, temeva il buio e i tafferugli e preferiva rimanere a casa. Racconta di come gli operai della Fiat fossero noti come fiattisti, o baracchini. “Alla Fiat non esisteva una mensa, solo grosse vasche dove immergere a bagnomaria i propri portavivande, i cosiddetti baracchini. Per estensione tutti gli operai erano definiti così”.

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Oggi gli operai non vengono più chiamati baracchini certo, ma devono ancora portarsi il cibo da casa e consumarlo in un tempo limitato, spiega Nino. La pausa pranzo dura solo mezz’ora e per le 12.30 tutti devono essere tornati a lavoro. Vive fra contratti a tempo determinato, rinnovati di tre mesi in tre mesi; guadagna 1100 euro al mese e lavora otto ore al giorno, eccetto il sabato e la domenica. Il lavoro gli piace e per ora non ha intenzione di lasciarlo. A Torino si trova bene d’altronde, a lavoro è tra i più giovani, è in gamba e sono tutti gentili con lui. C’è sempre, però, quel pensiero che come un tarlo si fa spazio nella testa di tutti gli immigrati: per quanto si possano trovare bene nella nuova terra spesso l’obiettivo è tornare a casa. Se fosse possibile non seguire la logica, lasciare lavoro e denaro, quanti tornerebbero nella loro terra! Nino sta bene, ma Torino non è casa sua, il suo sogno, a ventiquattro anni, è tornare a Montevago e lavorare anche in un’azienda, magari gestirla, non importa, è sufficiente che sia nella terra delle arance.

 E Ugo?

Anche Ugo sognava di tornare a Salerno. Per aprire un’attività in proprio. Lo sognava tanto da essersi fatto stampare un fotomontaggio in cui lui, bambino, appare in posa davanti a un negozio di scarpe che porta il suo cognome. Il sogno lo ha realizzato in parte. Nel 1982, anno in cui tutte le attività dello stabilimento del Lingotto vengono spostate a Mirafiori, Ugo si licenzia. Il negozio lo ha aperto, ma a Moncalieri. Meno di dieci chilometri dal centro di Torino, più di un’ora con i mezzi pubblici, il classico quartiere abitativo ai margini di una grande città. Palazzi alti, tutti simili fra loro. Qui Ugo ancora vive con Maria Teresa, qui ha cresciuto i suoi due figli, ormai grandi, poco più grandi di Nino.

Mila Marzo
Marialuisa Greco (@GrecoMal)