Massimo Banzi: "Io, De Benedetti e una vita senza timbrare".

Il fondatore di Arduino non ha dubbi: “Il giovane italiano cresce con l’idea che non avrà molto spazio, che il soffitto è basso e che non riuscirà mai ad andare troppo in alto. Bisogna de-programmarlo fin da subito”

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La storia di Massimo Banzi è una storia fatta di pezzi. Dagli inizi all’Olivetti fino alla realizzazione del progetto Arduino: un cammino che potrebbe tranquillamente trovare posto in un libro; non un’autobiografia, sia ben chiaro, ma un manuale d’insegnamento per giovani imprenditori, una sorta di self-confidence for dummies.
Il 14 febbraio scorso, a Torino, assistiamo alla presentazione della Make in Italy Cdb onlus: una fondazione, nata a sostegno dei makers e degli artigiani digitali, finanziata da Carlo De Benedetti e diretta proprio da Massimo Banzi. C’è un filo conduttore sottile, oltremodo resistente, che unisce questi due nomi. Non è una questione generazionale o un passaggio di consegne tra imprenditori; in quel collegamento si nasconde un incrocio, una storia che spande intorno a sé quel profumo di casualità che rende tutto più seducente: un cerchio che, dopo anni di cammino, è ritornato al punto di partenza.

Banzi, al termine della conferenza, conduce i giornalisti a visitare il FabLab del capoluogo piemontese. Lo seguiamo silenziosi, nelle retrovie di questa strana comitiva, in attesa del momento più adatto per chiedergli ciò che più ci preme. Iniziamo però a notare i suoi movimenti sicuri in uno spazio in cui sguazza come un pesce; la schiettezza con la quale si rivolge ai suoi ospiti; le barriere che infrange con una naturalezza che cancella etichette e formalità. Alla fine la nostra occasione arriva puntuale e, spinti anche dalla sua disponibilità, andiamo dritti al nocciolo della questione: vorremmo parlare con lui degli inizi all’Olivetti con Carlo De Benedetti manager e, parallelamente, di questo ritrovarsi dopo lo sviluppo di percorsi, assai ramificati, in direzioni divergenti.
La sua prima reazione è un sorriso. Sincero, quasi amaro, sicuramente istintivo.
Ci dice che non c’è alcun problema ma che sarebbe meglio attendere la fine del buffet a cui, lieti, partecipiamo. Nel frattempo non lo perdiamo d’occhio mentre accoglie persone, dialoga con tutti e dispensa strette di mano e pacche sulle spalle.
Dopo un’altra oretta ci raggiunge per onorare la sua promessa: seduti a un tavolino con un brusio di sottofondo, che pian piano percepiamo sempre meno, ci concede l’intervista. La mattinata è agli sgoccioli, temiamo una chiacchierata rapida, nel segno della gentilezza e dell’ospitalità che ha dimostrato verso tutti i presenti. Niente di più.
E qui arriva l’ennesima sorpresa. Massimo Banzi è un fiume in piena che tutto travolge. Non c’è bisogno di rompere il ghiaccio: dalle prime parole si capisce che andremo incontro a una valanga a cui noi dovremmo cercare un freno. La sua postura, mentre recupera ricordi e memorie, segue un movimento ondulatorio che ci ipnotizza: rilassa la schiena per poi sporgersi verso di noi, come uno yoyo che disegna trame orizzontali e che non perde mai la sua traiettoria.
Nel mio taccuino mentale, impostato la sera prima con particolare dedizione, ci sono una serie di domande che rimarranno inespresse. Basta suggerire un tema che Banzi, anti-diplomatico per antonomasia, collega fili che non avremmo immaginato e colora aneddoti già profondamente luminosi.
Qui inizia la piccola porzione di storia che vogliamo raccontare.

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Partiamo dalle origini. Carlo De Benedetti, Massimo Banzi e l’Olivetti.

Carlo De Benedetti, specialmente all’interno del mondo Olivetti, aveva un culto della personalità da grande leader. La gente letteralmente lo adorava. Uno solo lì dentro era l’ingegnere. Ricordo che una volta una ragazza, pazza totale, pubblicò qualcosa che non doveva assolutamente essere divulgata e, immediatamente, i giornali ne diedero notizia. Arrivò la chiamata tuonante da Ivrea: “Ha telefonato l’ingegnere ed è incazzato come una bestia, spegnete tutto, staccate tutto”. Questo ti fa capire chi era Carlo De Benedetti.
In realtà, io lavoravo in un posto che era un pezzo dell’Olivetti: eravamo a Milano, in un piccolissimo scantinato. Per noi l’azienda madre era un’entità a parte che, per colpa dell’enorme struttura burocratica, iniziava a perdere il suo spirito creativo originale. I posti più piccoli erano, invece, agili e desiderosi di sperimentare. Anche troppo. Ricordo che quelli del personale vennero da me dicendomi: “Senta, non timbri più il cartellino.. lei ci fa finire tutti in galera!”. Io timbravo la mattina e poi, per seguire i vari esperimenti, dormivo fino a 72 ore consecutive sul pavimento dell’ufficio: allora lanciare un sito era l’equivalente di progettare uno space shuttle. Lavoravi continuamente, uscivi solo nel mezzo della notte per andare a prendere da mangiare, poi rientravi e timbravi. Alla fine mi dissero: “Lei è un pazzo. Non timbri più! Ogni mese le forniremo un cartellino pre-timbrato con tutti gli orari giusti”.
Era tuttavia un luogo divertente perché alla fine eravamo dei casinisti e non rientravamo in questa severa logica molto aziendale. L’importante, in fin dei conti, era che dal nostro caos creativo uscissero dei progetti funzionali e, per fare ciò, potevo muovermi abbastanza liberamente, far fare delle cose o comprare quello che poteva servirmi.
Però c’era anche questo fatto per cui l’Olivetti rappresentava il peggio “di un certo modo di fare le cose all’italiana”: nel senso che, ad esempio, mi feci un mazzo tanto per tantissimo tempo ottenendo, in cambio, solo un aumento di stipendio equivalente a circa trenta euro al mese; un mio collega, che aveva fatto una cazzata da denuncia penale, per convincerlo a dimettersi, gli diedero l’equivalente di cinquantamila euro. Allora dissi: “Scusate ma come funziona che io prendo trenta euro di aumento e una pacca sulla spalla e lui cinquantamila euro per andar via? Sai che c’è? Vado via anch’io”
Così partii in Inghilterra.
Dopo parecchio tempo sono tornato in Italia e sono finito in questa scuola di design che si trova a Ivrea dentro un ex edificio dell’Olivetti. Qui abbiamo iniziato a fare un design non convenzionale ma interattivo dove, invece di immaginare la forma delle cose, si progetta il modo in cui le persone si relazionano con la tecnologia. Per cui sono finito, di nuovo, lì dentro un po’ per caso ma ho trovato delle idee molto interessanti e, insieme, poca conoscenza della tecnologia. Smanettando sono però venuti fuori degli esperimenti interessanti, alcuni falliti altri riusciti, fino a che è spuntato questo famoso Arduino.
Eppure, anche in ciò, l’Olivetti ha avuto il suo impatto. A Ivrea c’è una strada, circa 5-10 km, famosa per aver ospitato i vecchi stabilimenti. Ora, la stessa via, è piena di aziendine che fanno tutto quello che ci serve per portare avanti il nostro lavoro: trovi chi ti vende i giusti scomparti, chi te li monta, chi fa i connettori, chi assembla. Se ti organizzi trovi tutto, questo è realmente ciò che può fare la differenza.
All’Olivetti, ad esempio, molti esperimenti erano falliti perché decidevo di fare tutto da solo; quando mi sono dedicato ad Arduino ho cercato, invece, di lavorare con persone diverse e con varie competenze. Anni dopo, quando ho avuto modo di incontrarlo di nuovo, ho parlato con Carlo De Benedetti di questa eredità che l’Olivetti ha lasciato a Ivrea: ovvero tutte quelle persone che vi lavoravano e che, dopo esserne uscite, hanno fondato la loro fabbrichetta. Tutte realtà da cui anche la scuola di design si serve. In una certa maniera l’azienda Olivetti come entità unica non c’è più ma, se tu ricongiungi tutti questi pezzi e li riassembli è come se ci fosse ancora: si è solamente segmentata in tante piccole aziende che s’incastrano l’una nell’altra. Un modello, tra l’altro, che funziona bene. Certo che, dopo il mio racconto, all’ingegnere l’occhietto languido gli è venuto: alla fine quando uno è imprenditore per davvero, e scopre le storie a lieto fine di altri imprenditori, non può far altro che connettersi ed essere felice di questi successi.

Il tuo percorso ti ha fatto incontrare tanti imprenditori, all’estero come in Italia. Quali sono i limiti del nostro sistema?

L’italiano è molto affezionato ad un concetto terribile: “stare nel proprio spazio senza allargarsi mai”; ci sono persone che continuano a lavorare come dei pazzi, anni e anni, pagati pochissimo nel nome del “ti stiamo facendo crescere”. Se dopo tre anni continui a lavorare in un posto significa che non stai più crescendo, significa che contribuisci fattivamente alla crescita di quella realtà. Questo è un metodo che io non sopporto.
Quando vai a fare un colloquio di lavoro in Inghilterra ti dicono: “grazie di averci dedicato del tempo”. In Italia, invece, senti risposte come: “fuori c’è una fila di cinquanta persone.. o tu o un altro..”. Questo mi ha fatto capire che esiste proprio un atteggiamento completamente sbagliato. Il giovane italiano cresce con l’idea che non avrà molto spazio, che il soffitto è basso e che non riuscirà mai ad andare troppo in alto. Per cui quando io ho iniziato a lavorare con giovani come Davide Gomba, bravissimi in tutto, mi sono accorto di questa mancanza di autostima, tipica dell’italiano. Ragazzi che, ad esempio, rimangono interdetti di fronte alla possibilità di scrivere a un professore del MIT e che rimangono sorpresi quando ricevono una risposta. Per cui ci vuole parecchio tempo per deprogrammarli e per convincerli a passare del tempo a costruirsi un’autostima. Sono ragazzi che alla fine arrivano ad essere consci delle loro capacità e che prima, pur possedendole, non riuscivano a staccarsi da terra e dire: “io so quello faccio, sono uno bravo”. Questo è sicuramente il problema più grosso. Come fai ad insegnare ad una generazione di ventenni e trentenni che possono avere autostima in se stessi e credere un giorno di poter diventare come Steve Jobs?

In questa fase di cambiamento entrano in gioco anche le istituzioni e la stampa. Che rapporto hai con loro?

Io non posso dirti se qualcosa oggi stia cambiando. I miei pochi contatti con le istituzioni e i poteri forti sono sempre stati un po’… (pausa n.d.r.). Una volta Riccardo Luna mi aveva organizzato un incontro con il ministro Profumo e mentre io, Chris Anderson di Wired e Dale Dougherty di Make gli spiegavamo come il mondo dei makers potesse cambiare il mondo dell’educazione, lui giocava con il suo iPhone. Io dissi a Riccardo: “questo lo mando affanculo.. anche se è un Ministro. Tanto sono residente in Svizzera..”.
Poi abbiamo fatto un incontro con Passera e anche lui è stato allo stesso modo totalmente “disappointed perché diceva ai due americani: “cosa possiamo fare per l’Italia?” e loro rispondevano: “ma parla con lui che è italiano!”. Lui guardava me e poi riguardava loro.
Capisci allora come mai queste persone non abbiano mai prodotto nulla che potesse avere un vero impatto nell’ambito delle politiche industriali. Per cui io credo nel cambiamento dal basso come ultima possibilità per l’Italia. Ciò che deve cambiare in questo paese, a livello di percezione, è il fatto che la stampa e la televisione devono smetterla di parlare di imprenditori solo quando c’è uno stronzo che ruba o che non paga le tasse. Ma perché l’imprenditore deve essere sempre marcato così negativamente? Noi viviamo in un mondo in cui il lavoro lo danno gli imprenditori e, tra questi, per ogni delinquente che ruba ed evade ce ne sono altri cento che tutti i giorni si alzano e portano avanti l’economia. Questo è davvero un problema perché questa percezione si diffonde anche tra i più giovani; ricordo di aver visto, in televisione, Romano Prodi che dialogava con alcuni ragazzi chiedendo loro chi volesse fare l’imprenditore, pochissime voci d’assenso, o chi volesse lavorare al comune, quasi un plebiscito. Allora capisci che in un posto così non può che esserci una visione negativa dell’imprenditore. Eppure, quello onesto, si alza tutte le mattine preoccupato per i suoi dipendenti e per il loro futuro.

Ultima battuta su Arduino. Perché avete scelto l’open source come modello di sviluppo?

Il pensiero evolve. Noi non avevamo alcuna percezione che questa cosa sarebbe diventata un qualcosa di economicamente importante. Avevamo questa visione per cui un modello open source potesse dare grandi risultati, e si poteva cercare di sperimentare rendendo open source anche il disegno di un circuito elettronico; volevamo che più gente possibile lo usasse e che ci permettesse, contemporaneamente, di farci conoscere. L’idea che tu rappresenti una fetta piccola di un mercato grande è forse meglio che essere una fetta enorme di un mercato inesistente; alla fine si cerca di diventare un pezzo grande di una torta ancora più grande. E andrà bene così. Quello che abbiamo cercato di difendere, in tutti i modi e con tutte le nostre forze, è il marchio Arduino. Ossia il nostro biglietto da visita.

Alessandro Frau (@ilmercurio85)