Firpo (Sviluppo Economico): «4 anni? Pochi per far crescere una startup. Estenderemo la normativa»

Ospite della 3a edizione di Pitch on the Beach, il capo della segreteria tecnica del MISE racconta il mondo delle startup: «Un ecosistema che dà lavoro a circa 9000 persone e genera un fatturato complessivo di oltre 500 milioni euro»

«Ecco cosa abbiamo fatto e cosa faremo per le startup italiane. Abbiamo riscontrato, ad esempio, che quattro anni sono pochi per poter far crescere un’impresa innovativa nel nostro Paese». Stefano Firpo, capo della segreteria tecnica del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), è uno dei due ospiti d’onore della terza edizione di Pitch on the Beach, il party in spiaggia organizzato dall’Incubatore del Politecnico di Torino (I3P). Per lui, in verità, si tratta di un ritorno a casa, visto che a Torino è nato, si è formato e si è laureato, prima di specializzarsi a Londra, lavorare per la Banca Centrale Europea e per Banca Intesa.

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Il suo intervento, durato poco meno di trenta minuti, ha dipinto lo sfondo chiaroscurale in cui si muovono le imprese innovative italiane oggi: «Nel 2012 abbiamo iniziato a invertire il modo nel quale venivano fatte le leggi in Italia. Qui, purtroppo, le leggi vengono considerate degli strumenti attraverso cui, in maniera un po’ piratesca, si possono cambiare i vantaggi competitivi tra i vari gruppi d’interesse nel Paese. Noi abbiamo cercato di costruire un pacchetto normativo strutturato, ampio e articolato che potesse dare risposte concrete a determinate problematiche. Non volevamo fare il solito emendamento ficcato tra leggi che non avevano nulla a che fare con le startup. Alla fine ci siamo riusciti: il nostro corpus normativo, di circa una decina di articoli, è diventato legge alla fine di quell’anno».

Ma approvare una legge non vuol dire che essa trovi immediata attuazione: «Per dare una mano ad una startup si deve agire su una miriade di cose che non funzionano in questo Paese: dalle semplificazioni al diritto del lavoro, dal diritto fiscale al diritto tributario e al diritto fallimentare. Passare dall’approvazione di una legge all’attuazione della stessa è stato molto faticoso, c’è voluto un altro anno».

Eppure i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Numeri che evidenziano, in maniera molto esplicita, la crescita del mondo delle imprese innovative italiane: «Abbiamo, ad oggi, 2315 startup innovative iscritte al registro speciale delle Camere di Commercio. Iscrizioni che continuano a crescere, come orologi svizzeri, nell’ordine delle 30-40 unità alla settimana. L’ecosistema principale si sviluppa geograficamente, per dare un’idea visiva, lungo l’alta-velocità Torino-Roma. Un ecosistema ancora troppo sparpagliato anche se, piano piano, le aggregazioni aumentano e si fanno più nette. Queste startup danno lavoro a circa 9000 persone e hanno un fatturato complessivo di oltre 500 milioni euro. In un annetto, cioè, abbiamo costruito una grande impresa italiana grazie ad una legge costata solo circa 10 milioni di euro per lo Stato».

Cifre a cui bisogna aggiungere quelle derivanti dall’universo degli incubatori in cui si è proceduto in maniera inversa, diminuendone il numero e conservando le eccellenze: «Nel nostro Paese ci sono attualmente 26 incubatori certificati. Inizialmente ne avevamo troppi, ben 126, e non potevamo permetterceli tutti, ne avrebbe sofferto la specializzazione di ciascuno di essi. Molti, infatti, sono scatole vuote costituite negli anni ’90 in attesa di fondi che non son mai arrivati. Abbiamo fatto un’operazione di selezione arrivando a individuare le punte di diamante in tutto il territorio italiano».

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Nonostante il lavoro fatto, l’Italia possiede ancora alcuni punti deboli che influiscono sullo sviluppo dell’ecosistema delle startup e sul benessere del Paese: «L’Italia è indietro su tante cose, il dato più preoccupante è quello relativo alla disoccupazione giovanile, un dato terribile, da rivoluzione sociale. In generale, però, esiste un bacino del disagio in crescita e che riguarda tante altre forme di lavoro che rendono l’individuo insoddisfatto e precario. Dobbiamo dare maggiore prospettiva ai nostri giovani creando occupazione ma anche imprenditorietà, riuscendo a dare una visione del futuro diversa anche attraverso la creazione d’impresa»

La punta di un iceberg che nasconde tanti altri aspetti sui cui l’Italia deve necessariamente accelerare e migliorare: «In Italia si fa ancora troppa fatica a dare il giusto riconoscimento sociale all’impresa e all’imprenditore, un ritardo culturale che dobbiamo vincere in tutti i modi. Stiamo lavorando, anche con l’aiuto di Alessandro Fusacchia, per portare un po’ di cultura imprenditoriale direttamente nelle scuole.
Abbiamo poi bisogno di maggiore collaborazione tra startup innovative e impresa tradizionale. Su questo stiamo cercando di interloquire anche con le large corporation più conosciute, come facebook e google. Dobbiamo essere in grado di portare in Italia qualche centro di competenza importante che possa guardare all’ecosistema startup con un occhio non solo commerciale ma anche di sviluppo. Questo vale sia per le corporation americane che per quelle italiane. Secondo me le startup possono diventare luoghi attraverso cui le imprese più solide riescono a fare ricerca applicata. Sarebbe opportuno spingere su questo fronte».

C’è poi il fattore rischio che condiziona in maniera decisiva le azioni dei business angel e degli investitori italiani che spesso rinunciano a scommettere su promettenti realtà a causa di una mentalità eccessivamente ristretta: «Il nostro sistema finanziario è avverso al rischio. Investire nell’innovazione, che di per sé è rischiosa, comporta maggiore fatica in Italia rispetto ad altre realtà internazionali. Abbiamo, ad esempio, statistiche sul Venture Capital abbastanza imbarazzanti: quelle di una nazione che è rimasta molto indietro appunto nella cultura del rischio. Il nostro è un sistema ancora troppo provinciale e che fa fatica ad aprirsi ai mercati esteri».

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Sono tante le soluzioni che il governo ha in agende per migliorare la situazione e far crescere l’ecosistema delle startup: L’ultima misura che abbiamo introdotto, qualche settimana fa, è il visto. Ovvero la possibilità per i cittadini extraeuropei di ottenere un visto, in maniera semplificata e agevolata, per costituire una startup innovativa nel nostro paese. Potete visitare questa e tutte le atre misure sul portale del Ministero che, tra l’latro, è stato costruito qui a Torino, in I3P».

Prima delle vacanze estive il MISE continua ad operare con grande impegno all’interno del Parlamento italiano. Gli obiettivi da raggiungere sono diversi ma tutti concorrono verso un’ulteriore semplificazione per chi volesse fare impresa innovativa in questo paese: «Stiamo lavorando in Parlamento per estendere la normativa sulle startup a cinque anni. Stiamo provando ad ampliare questo arco temporale perché ci siamo resi conto che in Italia si fa più fatica a crescere rispetto ad altri ecosistemi e ci sembra giusto dare un po’ più di margine. Stiamo potenziando, inoltre, la normativa sull’equity crowdfunding per consentire anche a portafogli di startup, attraverso fondi, di avere accesso ai portali di raccolta del capitale online. In generale posso confermarvi che l’atteggiamento del governo Renzi su questi temi è molto positivo, la sua presenza è forte, registriamo una certa spinta che ci fa piacere. A Palazzo Chigi abbiamo, finalmente, gente che ci ascolta».