Il robot che insegna ai bimbi a programmare e altre 10 invenzioni della Torino Mini Maker Faire

Il 31 maggio via Egeo ha ospitato la piccola fiera che ha raccolto maker da tutta Italia. Tra gli speaker Massimo Banzi e Bruce Sterling

Per la prima Mini Maker Faire torinese via Egeo, chiusa tra la ferrovia ed edifici industriali in gran parte dismessi, si è colorata di rosso e blu: quello dei palloncini che per un giorno hanno delimitato il territorio dei maker. Smanettoni e designer, studenti con un progetto di tesi e startupper, non c’è altro termine che definisca con precisione questi inventori versione 2.0, come deprecava uno scrittore che ho incontrato nel pomeriggio. Di certo la traduzione letterale (fattori) indica qualcosa di diverso.

Il buon maker è capace di riutilizzare ciò che altri hanno gettato via. In fondo a via Egeo.

Il buon maker è capace di riutilizzare ciò che altri hanno gettato via. In fondo a via Egeo.

Secondo Zoe Romano, specializzata nell’ambito delle tecnologie indossabili (ovvero degli abiti potenziati grazie a LilyPad, una versione di Arduino ad hoc per essere inserita nei tessuti), nonché autrice su CheFuturo!, la definizione del maker passa attraverso il suo ecosistema. Si distinguerebbe infatti dal classico artigiano per via della sua community e grazie al suo luogo di lavoro. Grazie alla community di suoi simili, il maker può condividere tecniche e progetti, trovare consigli e suggerire soluzioni, collaborare allo sviluppo di un’idea ambiziosa insieme a persone che vivono su un altro continente. Gli esempi citati da Zoe mi hanno ispirata, e mi sono riproposta di entrare in Ravelry, che raggruppa appassionati di maglia e uncinetto – magari è la volta buona che andrò oltre i tutorial di dritto e rovescio, e potrò smettere di importunare mia nonna mentre prepara i tortellini. Un’altra storia interessante (e non solo per me, che ambisco a diventare una ninja knitter) è quella di Fairphone, che è ora in fase di crowdfunding per produrre i suoi smartphone buoni. Si tratta di dispositivi che saranno prodotti in condizioni di equità, programmati per essere totalmente configurabili dall’utente, e per durare a lungo, sostituendo gli eventuali pezzi danneggiati piuttosto che cambiando l’intero telefono.

Il luogo di lavoro del maker invece si presenta come improprio: infatti, grazie ai fab lab, non serve disporre di un laboratorio per produrre una serie di oggetti. Inoltre la filiera si accorcia perché il maker produce altri esemplari solo quando il mercato lo richiede. È il caso di chi, come Raffaela, realizza gioielli di plexiglas; non tutti i maker propongono oggetti tecnologicamente sofisticati, a volte l’innovazione sta nel modo in cui vengono prodotti.

Tuttavia la maggior parte degli espositori alla Mini Maker Faire sembrava appartenere a una fiera di giocattoli per bambini troppo cresciuti. Anche se molte invenzioni dei maker possono avere un’utilità pratica, è evidente che chi li ha realizzati si è molto divertito a farlo. E a mostrarlo nel corso della giornata, come è successo per Andrea Cervi di ProjectEMS, che ha effettuato diversi test di volo con un drone. In merito riporto il puntuale commento di un ragazzino (tale anche dal punto di vista anagrafico, a differenza di tanti peter pan che assistevano alla performance del quadricottero): «Sembra un ragno volante».

Il drone "Ragno Volante" che si libra nel cielo nuvoloso sopra via Egeo.

Il drone “Ragno Volante” che si libra nel cielo nuvoloso sopra via Egeo.

Una sezione dedicata propriamente ai bambini era allestita all’interno di Toolbox Coworking, e sarei rimasta lì tutto il tempo. Ho pensato a quanto sarebbe stata diversa la mia vita se avessi potuto inventare dei facciamo finta che con le Piantastorie, le carte ideate da Massimo Potì. Ho assistito al lancio di aeroplanini di carta con una rampa realizzata nel fab lab, e ai successivi impatti sulla testa di alcuni visitatori. Mi sono letteralmente innamorata di Cubetto, un piccolo robot sorridente, una scatoletta di legno motorizzata, che esegue le istruzioni fornitegli posizionando determinati elementi in un board intuitivo. Tutti i giochi pensati dai maker vogliono insegnare qualcosa, in questo caso la programmazione.

Cubetto (quello con la freccia sopra), la sua casetta, il board con cui programmarlo e le istruzioni.

Cubetto (quello con la freccia sopra), la sua casetta, il board con cui programmarlo e le istruzioni.

Dopo aver imparato qualcosa sull’ecosistema dei maker ed essere tornata un po’ bambina, mi sono avvicinata a un espositore diverso dagli altri: “Into the wood”, una specie di costruzione in legno che si è rivelata essere uno strumento musicale collettivo. Sono tornata alle 16.00 per assistere a una performance elettroacustica di Fabio Battistetti, il musicista e sound designer ideatore di “Into the wood”, e dei suoi colleghi: è stata la vera sorpresa della Mini Maker Faire. Non soltanto per la poesia del concetto di «foresta sonora», ma per la suggestione della commistione di suoni tanto diversi; da un lato le vibrazioni elettroniche, dall’altra quelle ottenute dalla percussione di diversi pezzi di legno.

Fabio Battistetti performa "Into the woods".

Fabio Battistetti performa “Into the wood”.

Tra gli stand c’erano anche degli startupper: i ragazzi di InTOino, che già conoscevo dato che se ne era scritto qui, e gli ideatori di 3Doers, un servizio, non ancora attivo, per mettere in comunicazione maker e possessori di stampanti 3D. Grazie a loro ora ho un portachiavi realizzato con una stampante 3D in un fab lab, e mi sento finalmente integrata nell’ecosistema dei maker. Un’azienda con una storia più lunga invece è la fiorentina InnTex, nata dalle ceneri di un’impresa a conduzione familiare schiacciata dalla concorrenza: dove si producevano macchine per il settore tessile, oggi si realizzano smart fabrics, ovvero tessuti con funzioni particolari. Alla Mini Maker Faire un espositore era dedicato a Plug & Wear, il sito di e-commerce di InnTex.

Esempi dell'uso che si può fare di InTOino: creare un dispenser per il cibo del gatto per quando siamo in vacanza, realizzare un allarme che ci ricorda che il nostro bonsai va innaffiato.

Esempi dell’uso che si può fare di InTOino: creare un dispenser per il cibo del gatto per quando siamo in vacanza, realizzare un allarme che ci ricorda che il nostro bonsai va innaffiato.

Mentre mi domandavo se sia possibile realizzare una felpa che capisca quando hai caldo, e sia in grado di aprire qualcosa come dei bocchettoni sotto le ascelle (nel pomeriggio il cielo si è schiarito e la giacca legata in vita mi dava noia), mi sono imbattuta in MEG, una serra indoor intelligente, tutta open source. Parlando con chi l’ha realizzata, ho appreso i vantaggi della regolazione fine di temperatura, ventilazione e altri parametri fondamentali, per poter favorire certe qualità delle piante. Non ho avuto dubbi sul tipo di colture per le quali potrebbe essere sfruttata. Ne parlerò di certo con mio nonno per i pomodori dell’anno prossimo. Per restare in tema di esseri capaci di fotosintesi, sono stata attratta dalle micro alghe di Water Lilly, il progetto dell’architetto Cesare Griffa esposto all’interno di Toolbox. Su una parete dell’ingresso del coworking infatti era appeso un grande esemplare di questa «componente architettonica intelligente» come recita il sito del suo creatore; in pratica mi trovavo davanti a un sistema di sacche trasparenti su fondo alluminio in cui dell’acqua continuava a defluire nutrendo dei piccoli esseri che davano una tinta verde evidenziatore al tutto. Da un certo punto di vista un meccanismo biologico in grado di depurare aria e acqua, dall’altro un nonsoche in grado di affascinare la parte di me che guarda i video dei gattini su Il Post.

A fianco dell’esemplare di Water Lilly ho potuto giocare con parte della Instant Installation di Caterina Tiazzoldi, l’architetto artefice del restauro dell’edificio che ospita Toolbox. Caterina – che è entusiasta e molto simpatica, e voleva offrirmi una birra che ho rifiutato per integrità professionale – era presente tra gli stand in via Egeo per mostrare una ricerca dei suoi studenti della Rhode Island School of Design. Si trattava di modellini, ottenuti utilizzando stampanti 3D, di superfici che possano offrire nuove esperienze spaziali. Il lavoro dei ragazzi che le hanno pensate è stato brevemente illustrato da Caterina nel corso del suo intervento “Local know how for global innovation”: un discorso su come i macchinari industriali, esistenti sul territorio piemontese, potrebbero essere sfruttati nei progetti dei maker.

Tutt’attorno allo stand di Caterina esponevano diversi produttori di stampanti 3D. Quando la mia amica medico, totalmente ignara della natura dei fab lab e da me persuasa a fare un giro alla Mini Maker Faire, mi ha raggiunta, è stato bello giocare all’esperta mostrandole il processo della stampa 3D e i suoi meravigliosi risultati: ranocchiette, riproduzioni di celebri sculture in colori accesi, teschi e portapenne.

Un portapenne affascinante realizzato con una stampante 3D come quelle che potete trovare al Fablab di Torino - di cui esistono anche le magliette come si può immaginare.

Un portapenne affascinante realizzato con una stampante 3D come quelle che potete trovare a FabLab Torino – di cui esistono anche le magliette come si può immaginare.

La mia amica inizialmente non sembrava particolarmente convinta delle portata rivoluzionaria della stampa 3D open source. Tuttavia ciò che non ha potuto la meraviglia della genesi delle ranocchiette è stato ottenuto dalle parole di Andrea Graziano, architetto, designer computazionale (ooh!) e co-fondatore di FabLab Torino. Infatti Graziano è riuscito a fugare l’ipotesi della futilità delle stampanti 3D e degli altri giocattoli dei maker, in primis ricordando l’uso dei droni nelle rivolte del 2010 a Londra: sia da parte della polizia che da parte di chi protestava. Ma ciò che ha convinto la mia amica è la possibilità – che è praticamente realtà – di stampare cibo, medicine e lo stesso DNA con strumenti accessibili a tante persone. Alla fine è riuscita a vedere nelle stampanti 3D la risposta al problema dell’infertilità, oltre che un modo per evitare alle donne di invecchiare velocemente con lo scattare della menopausa. A quel punto mi sono sentita molto soddisfatta per averla trascinata alla Mini Maker Faire.

L’ultimo intervento della giornata è stata la chiacchierata tra Massimo Banzi, padre di Arduino, e Bruce Sterling, giornalista e scrittore di fantascienza, che da diversi anni vive a Torino. Una conversazione sull’Internet delle Cose, ovvero sulla futura evoluzione della rete come mappa digitale del mondo fisico e sua intelligenza – rimando agli esempi di Wikipedia per chi non avesse capito di cosa si tratta. Una conversazione molto complessa, e spesso velata dall’ironia di Sterling, che ha messo in luce tutte le perplessità che l’idea di un nostro futuro strettamente dipendente dalle grandi aziende dell’hardware. Un invito a riflettere sul ruolo che vorremo la tecnologia digitale svolgesse o meno nei prossimi decenni.

Bruce Sterling che dialoga con Massimo Banzi.

Bruce Sterling che dialoga con Massimo Banzi.

Ho lasciato la Mini Maker Faire sotto l’impulso della fame – fame di cibo non stampato direi. Mentre mi allontanavo ho ripensato a una frase enfatica pronunciata da Andrea Graziano: «Il futuro è adesso. Se siete veloci abbastanza». Certamente vale la pena sapere ciò che è possibile fare in un fab lab oggi, ma la maggioranza della nostra società è in grado di comprenderlo? Si spera che l’appuntamento a Roma per la Maker Faire che si terrà dal 3 al 5 ottobre possa contribuire dare una risposta positiva a questa domanda.

Le nuvole grigie sopra la Mini Maker Faire si sono dissolte nel pomeriggio.

Le nuvole grigie sopra la Mini Maker Faire si sono dissolte nel pomeriggio.

Ludovica Lugli, @Ludviclug