Caro Salone ti scrivo (così ti racconto un po').

Una lettera per diffondere, e insieme difendere, ciò che il Salone Internazionale del Libro di Torino nasconde: una grande, fortissima, sensazione di speranza.

Prima dell'apertura

Prima dell’apertura.

Sono quattro giorni che ormai ci frequentiamo. Dodici ore al giorno di maliziosa, innocente complicità. Mi accogli che il sole già risplende nel cielo e ci congediamo quando la notte è calata da un pezzo. La mattina ti vengo a trovare, prima dell’orario concordato, per condividere con te un segreto, un lato che tieni nascosto sotto strati di apparenza mediatica. Ti sai vendere benissimo, ma ti sai celare ancora meglio. Alle nove appari nudo ma non vuoto, silenzioso ma non rilassato. Cammino sentendo il parquet delicato che assorbe i miei passi e ti osservo: pian piano ti vesti, ti trucchi, ti sveli in una maniera irresistibilmente seducente, frutto di uno spettacolo che porti in scena da anni.

Volevo scriverti perché sento l’esigenza di farlo, forse proprio per diffondere, e insieme difendere, ciò che nascondi con insistenza e che lasci passare inosservato. Quella parte di te che appare visibile solo attraverso lenti diverse: gli occhi di chi, come me, ha il desiderio irrefrenabile di conoscerti, ascoltarti, viverti e persino amarti. E in quelle trasparenti pupille è stampata un’unica parola, un unico filo conduttore, un elemento che elide tutti i ruoli in causa: la speranza.

La speranza di chi vuole dimenticare la propria ansia, la propria condizione, il proprio presente. Persone che hanno bisogno di sentire una storia, poi un’altra e un’altra ancora. Persone che aspettano il tuo arrivo per dimenticarsi del caos che li logora e che vogliono, per un breve frammento di tempo, parcheggiare la loro vita. Sono tutte lì, una accanto all’altra: esistenze legate ai cancelli accanto alla biglietteria. Ordinate e sospese, fino a quando non vengono riprese dai loro legittimi proprietari.

La speranza di chi ha bisogno di una parola per ripartire, di chi ha esaurito l’energia ed è in cerca di una ricarica, di un sorriso, di una risata. Anche a costo di attendere in file chilometriche; anche a costo, qualche volta, di maledirti. I tuoi spazi allora si riempiono di sguardi attenti, di orecchie sensibili, di mani adibite all’applauso. Osservo fotografi con obiettivi enormi riprendere volti noti, sfidandosi in un ballo alquanto ridicolo. Si dimenticano dello spettacolo vero però, quello che rimane alle loro spalle e che non sa di essere, altresì, salito sul palco. Eppure è lì, sulle scene, proprio accanto a chi, normalmente, è abituato a risplendere. Lì, mimetico e camaleontico, rumoroso ma afono.

La speranza è propria di chi fa un mestiere difficile ma non si arrende. Di chi è piccolo e di chi è grande, di chi s’arrabatta per sopravvivere e di chi, tronfio, manifesta la propria prestante fisicità. Mi dilungo a osservare occhi che raccontano, accordandosi a voci diverse: sonanti e tremolanti, flebili e assordanti; mani che sfogliano e indicano, accarezzano e, sorridendo, consegnano. Solidarizzo con i giovani guardiani che pattugliano i grandi stand: in piedi per ore, sfidando le leggi della resistenza fisica, controllano, sorridono e accolgono. Infondono speranza perché, in fondo, rappresentano il lato pulito di una generazione spesso superficialmente giudicata.

Fonte: @giuntieditore

Fonte: @giuntieditore

Leggo la speranza negli occhi dei bambini che indossano i cappellini di Peppa Pig e che rimangono estasiati di fronte a figure colorate, sgargianti, sorprendenti. La loro è una speranza dolcissima e innocente: quella di scoprire e di conoscere, di ricevere un regalo, di sedersi e giocare. Mi perdo nelle carezze che ricevono dai genitori; sorrido pensando al fatto che non sanno di rappresentare un vero motivo di felicità, una vera, personalissima, speranza per chi li ha messi al mondo.

La speranza è dentro la forza di chi innova, di chi si costruisce una possibilità, di chi ha il coraggio di cambiare. Per fortuna lo hai capito, caro Salone, e di questo ti sono grato. Il tuo pensiero corre dal passato al futuro, fondendoli entrambi in un tempo presente. Basta girare in sezioni come “Book to the future” o perdersi nei vari laboratori pratici per capire che la creatività è uno dei vestiti che hai deciso di indossare. Ascolto con attenzione le presentazioni di chi ha la speranza di modificare il proprio presente, spesso disarmante e monotono, e l’avvenire di un’intera società. Di chi non vuole rimanere immobile e che scommette, con grandi sforzi, non solo economici, su di sé.

La speranza è dappertutto, la conservi ma non la trattieni, spargendola in ogni minuscolo centimetro di te. La vedo in una coppia di ragazzi che si tengono per mano mentre si lasciano pervadere dalla curiosità; in un un signore anziano che applaude alle parole “lasciamo spazio alle nuove generazioni”; in un pezzetto di corda a cui si aggrappano, per rimanere unite, scolaresche felici; in un dialogo tra mamme che, in fila, raccontano i sacrifici che i figli fanno pur di lavorare, dopo la laurea.

568x178xbeneinvista.jpg.pagespeed.ic.oXQR48qCcjEcco tutto questo dovrebbe essere tenuto “bene in vista”. Forse, in fin dei conti, ti scrivo questa lettera sotto l’effetto di una personale speranza. Ti scrivo per convincerti a condividere quest’implicito messaggio che tieni troppo per te. Un messaggio privo di parole, semi-sconosciuto o ignorato dalla massa di persone che superficialmente parla di te. Un messaggio che rappresenta la tua vera anima, composta da persone, sogni, realtà e tante, tantissime speranze.

Alessandro Frau, @ilmercurio85