Ma la noia no. Le proposte di Andrea Kerbaker per far leggere l'Italia

Idee nuove di un professore della Cattolica per stimolare alla lettura il 57% degli italiani

Giuliano Vigini e Andrea Kerbaker

Giuliano Vigini e Andrea Kerbaker

La promozione della lettura è un argomento delicato. “Soprattutto in Italia” ha esordito Giuliano Vigini, critico letterario e organizzatore dell’incontro “Ma la noia no. Qualche idea per far leggere l’Italia” al Salone del Libro. “Sembra che il Papa sia l’unico uomo ancora in grado di smuovere l’attenzione nei confronti dei libri”.

La quota di lettori (si fa riferimento a chi abbia letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi) è scesa dal 46% del 2012 al 43% del 2013, con una perdita effettiva di due milioni di italiani. La domanda che Vigini rivolge ad Andrea Kerbaker, scrittore e docente di istituzioni e politiche culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è tutt’altro che semplice: “Dati alla mano, quali possono essere gli aspetti utili al contesto?”.

Kerbaker comincia sottolineando che l’interesse del mercato editoriale in Italia è rivolto a quella schiera di persone che già acquista e legge diversi libri nel corso dell’anno, nonostante questa politica sembrerebbe determinare un calo continuo di lettori. I numeri parlano chiaro: “Quaranta persone su sessanta non acquistano nemmeno un testo l’anno, volendo anche sottrarre alle statistiche gli analfabeti, gli impossibilitati per ragioni economiche o di salute, e i bambini al di sotto dei sei anni, questa è la più drammatica crisi del libro dalla Seconda Guerra Mondiale”. 

Il professore è convinto che l’interesse dell’editoria dovrebbe rivolgersi a quella fetta di popolazione che non legge, invece di concentrarsi nell’accrescere gli ingressi dall’utenza fidelizzata.

“Mai raccontare che leggere è cosa buona e giusta” ha continuato Kerbaker “bisogna trasmettere una passione; bisogna mostrare come si trova un elemento per ciascuno di loro all’interno delle pagine di un libro”.

Kerbaker è convinto che la crisi della lettura prenda le mosse dall’educazione, che in Italia tende a fossilizzarsi sull’analisi e il commento dei soli testi classici. La sua intenzione non è chiaramente quella di sminuirne il valore, ma avalla il desiderio di avvicinarsi a chi non è pratico di lettura (come gli studenti dei primi anni di scuola superiore), a chi sicuramente ha in nuce questa passione, ma è sempre stato frenato da suggerimenti inadatti alla propria inesperienza.

Forzare nella lettura di titoli complicati, per quanto eccellenti, chi è poco pratico, crea una frattura, un allontanamento vicendevole. Da una parte il potenziale lettore crede che “quell’esercizio non faccia per lui”, dall’altra gli addetti ai lavori si guardano bene dall’invitarlo nuovamente a sperimentare.

A sostegno della sua tesi presenta anche qualche esempio: la poetica di Giacomo Leopardi potrebbe essere introdotta da uno dei suoi tentativi giovanili come “A morte la minestra”, che per quanto non rappresenti la migliore produzione del poeta aiuterebbe gli studenti a studiarne un aspetto meno incomprensibile e sicuramente più affine alla loro prospettiva. Oppure la rappresentazione teatrale “I Promessi Sposi in dieci minuti” del gruppo comico Oblivion, attraverso la quale il romanzo manzoniano è filtrato da un’accattivante vena ironica.

Kerbaker non si ferma solo all’educazione, e nota come nel sistema editoriale italiano le quarte di copertina soffrano di strutture sintattiche complesse, quasi l’obiettivo sia quello di avvicinare i soli eletti in grado di comprendere un eloquio sofisticato. “Quando Papa Francesco saluta i fedeli dice sempre buonasera, mai sia lodato Gesù Santo” ha concluso.

Anche le fascette lasciano diverse perplessità. Parlano di numeri, ma non raccontano mai il contenuto dei libri; e come se non bastasse i biglietti di invito alle presentazioni sono uguali per ogni genere letterario: guai a citare l’oggetto della discussione, al massimo si fa riferimento al rinfresco che verrà offerto. Il risultato è che a quel tipo di convegni partecipano solo i familiari e gli amici dell’autore, pochi o tanti non fa alcuna differenza.

Le librerie, poi, non aiutano di certo il processo. Si sono ingigantite, hanno differenziato le categorie merceologiche in vendita, e forse per questo attirano tutti meno che i lettori. “I testi accatastati sugli scaffali di questi posti, tutti allo stesso modo, non godono certo di democrazia. Piuttosto soffrono di egualitarismo sovietico”.

E le biblioteche? Bene quelle rionali, che fungono anche da centri di accoglienza. Meno quelle storiche, dove i volumi sono trattati come beni preziosissimi e intoccabili, aumentando quell’atmosfera di sacralità che aleggia attorno ai testi più antichi.

Kerbaker chiude la lectio magistralis sostenendo che occorre ritrovare quello spirito che in Italia si era raggiunto appena una decina di anni fa, con l’inclusione di testi collaterali ai quotidiani, o negli anni ‘60, con i volumi tascabili di massa, e ancora con gli Oscar Mondadori, dotati – oltre che di un grande spirito ecumenico – di un linguaggio chiaro e perentorio: “Qui c’è qualcosa per te”.

Matteo Goggia