Enrico Giovannini: La verità, vi prego, sul lavoro

A lezione d’economia dall’ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro: “Se con la Garanzia Giovani la disoccupazione giovanile aumenta ancora non è un male, anzi. Dietro ai numeri si celano sempre delle storie e non basta Twitter a raccontarle. Per questo vorrei aprire un blog di data journalism”

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Gran parte del dibattito che si svolge sui nostri media è distorto..

I dati per un economista sono realtà da decifrare, oggetti da maneggiare con cura. Enrico Giovannini (classe 1957), pur non sapendo cosa avrebbe fatto da grande, sentiva di voler cambiare il mondo con i numeri.
“I filosofi la sanno più lunga degli scienziati”, gli ripetevano al liceo classico, ma lui aveva già intuito quanto anche la statistica potesse servire a comprendere la società; per questo si laurea presso la Sapienza nel 1981 e, l’anno seguente, inizia a lavorare come ricercatore all’Istat. Questo è il primo di una serie di prestigiosi incarichi ricoperti: Professore ordinario alla facoltà di Statistica Economica dell’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”; Chief Statistician e Director of the Statistic Directorate (2002-2009) dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico di Parigi (OCSE); Presidente dell’Istat dal 2009 fino al 2013.
Dopo la chiamata del Presidente Napolitano, che lo inseriva tra i “saggi” a cui affidare i conti del Paese, è stato nominato Ministro del lavoro e delle politiche sociali nel Governo Letta. Una carica breve nel suo curriculum vitae: sostituito dall’attuale ministro Poletti il 22 febbraio 2014. Ora ha ripreso la cattedra di professore ed è in uscita un suo libro, edito da Il Mulino, dal titolo Scegliere il futuro: “Comincio con i modelli di teoria dei giochi applicati alla politica, passo per le neuroscienze e finisco con Matrix e Caccia a Ottobre Rosso”. Il suo progetto però resta un altro: “Il mio sogno sarebbe quello di creare un sito di approfondimento statistico, per far capire che dietro ai numeri si celano delle storie”.

Enrico Giovannini, davanti a venti aspiranti giornalisti della Scuola Holden, dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio. È un uomo distinto e sicuro di sé. Togliendosi la giacca e arrotolando le maniche della camicia annuncia: “iniziamo con un piccolo test”. Domande, battute, esempi. L’atmosfera si scioglie presto: da una parte c’è chi ha a che fare con i numeri da circa trent’anni, dall’altra chi legge d’economia solo attraverso il filtro dei mezzi di comunicazione.

“Quando uno giudica come va il lavoro, non può guardare solo al titolo di un giornale. Deve fare l’opposto dei 140 caratteri di Twitter. Deve studiare. Se si ferma a quei 140 caratteri la probabilità di non capire è altissima”. Detto ciò afferra un pennarello per disegnare un piano cartesiano: un grafico, semplicissimo ma molto efficace, che possa far capire la complessità dell’occupazione in Italia: “il mercato del lavoro non può essere sintetizzato in uno o due numeri.” Giovannini, del resto, ha rivoluzionato il modo con cui comprendere la realtà sociale già nei primi anni ’90, quando lavorava all’Istat: su richiesta del direttore generale di allora costruì un rapporto che oggi ha un valore incalcolabile: il Rapporto Annuale, l’unico (da non confondere col Censis) che in 400 pagine presenta accurate e minuziose analisi – non dati, precisa l’ex ministro – lette in Parlamento e diffuse pubblicamente.

Da dove viene il continuo calo dell'occupazione?

Da dove viene il continuo calo dell’occupazione?

Chi maneggia i numeri sa che è necessario conoscere la differenza tra dato tendenziale e dato congiunturale: il primo, come dice la parola, esprime una tendenza nell’andamento della grandezza che si sta misurando, cercando di prescindere da possibili variazioni di breve periodo (ad esempio i dati mensili); il secondo esprime la variazione della grandezza misurata rispetto al periodo di rilevazione precedente: “se voglio sapere cosa sta succedendo rispetto all’anno scorso, calcolo il cosiddetto tasso tendenziale. Gennaio su gennaio dell’anno prima. Ma se voglio invece riuscire a capire cosa sta succedendo adesso, io li confronto con i dati congiunturali. Cioè il mese t con il mese t-1 e non col mese t-12, il trimestre t col trimestre t-1”. Comprendere, o almeno saper interpretare, la variazione tendenziale e la variazione congiunturale è quello che, stando a Giovannini, dovrebbero fare coloro che per lavoro si trovano a trasformare quei dati in informazione. Ogni dicembre l’Istat rende pubblico il calendario dei 300 comunicati stampa per l’anno seguente, specificando giorno e ora dell’uscita di dati che andranno a influenzare non poco gli umori del paese. Tali pubblicazioni non sono soggette a variazioni politiche: il governo Letta, per esempio, non avrebbe potuto chiedere all’Istat di anticipare (rispetto alla caduta del suo governo) l’uscita di quei dati che potessero dimostrare la fine della recessione, quel famoso +0,1% del quarto trimestre 2013.
Il discorso di congruenza dati-realtà è ancora più complesso. Giovannini parte da una regola internazionale secondo la quale basta lavorare una sola ora a settimana per essere definiti “occupati” e  arriva poi a distinguere altri due punti dolenti: sottoccupazione (chi lavora meno di quanto dovrebbe o vorrebbe) e disoccupazione (chi ha perso lavoro o cerca prima attivamente occupazione). Quest’ultima, ancor più discussa se accompagnata dall’aggettivo “giovanile”, è circa al 42% (Istat 2013).
Ma cosa indica realmente questo numero? Non tutti i giovani, se consideriamo la fascia d’età 15-24, sono occupabili: alcuni studiano, altri non cercano occupazione. Ecco quindi i NEET (not in education, employment or training): in Italia sono circa 1,3 milioni, ma se si estende la fascia d’età ai 29 anni sfiorano i 2,3 milioni. Il costo di queste persone che “vivono ai margini della società” in tutta Europa è di circa 155 miliardi di euro all’anno, 1% di PIL (dati Eurofound).
Applicare i numeri per sintetizzare le dinamiche del “capitale umano” dunque è molto più complicato di quanto sembri; risolvere il problema dei giovani lo è ancora di più.
L’Unione Europea sta cercando una soluzione, una sfida che Giovannini ha colto al volo. La sua breve esperienza nel governo, infatti, si è incentrata sulla concretizzazione del progetto promosso dalla Comunità Europea nel maggio 2013: European Youth Guarantee, o Garanzia Giovani. L’ex-ministro ci spiega come, in un incontro quadrilaterale fra Francia, Italia, Spagna e Germania del giugno 2013, si sia riusciti a mettere a punto una strategia che permettesse alla Garanzia Giovani di unire l’offerta di una possibilità per tutti i giovani inattivi e la spinta statale a favore dell’innovazione.

L'Importanza del Data Journalism

L’Importanza del Data Journalism

I fondi per il progetto sono stati dunque anticipati e concentrati in un solo biennio 2014-2015 (rispetto ai sette anni del progetto iniziale) e si è stretto un patto con la Banca Europea degli Investimenti perché si impegnasse a finanziare insieme alla Banca Sanpaolo e alla Banca Unicredit alcune startup giovanili della nostra nazione. Il vero obiettivo della Garanzia Giovani, però, è paradossalmente l’aumento della disoccupazione giovanile: ridurre i NEET significa, infatti, farli uscire dal buco dell’inattività per entrare nel mondo della ricerca del lavoro attraverso un passo semplice ma fondamentale da compiere, ovvero l’iscrizione ai centri per l’impiego. Aumentare l’occupabilità giovanile non è equivalente ad aumentarne l’effettivo tasso di occupazione, anche se questo non è ben chiaro neppure nella mente dei politici: per questo Giovannini si dice preoccupato che l’incomprensione di questo punto nodale possa penalizzare un progetto così ambizioso e necessario.
Necessario quanto il riallineamento delle normative scolastiche italiane a quelle del resto d’Europa, per inserire l’orientamento al lavoro nel programma scolastico fin dalle scuole medie, seguito nelle scuole superiori da concrete opportunità di alternanza scuola-lavoro, e contemporaneamente cercare di abbassare l’alto tasso di abbandono scolastico che in Italia si aggira intorno al 17% (di cui 12% italiani e ben il 44% stranieri). “Queste sono priorità rispetto all’estensione della Garanzia Giovani fino ai 29 anni d’età (proposta del nuovo governo Renzi, ndr)” si accalora l’ex-ministro “Perché i giovani italiani devo tornare ad essere ‘occupabili’, cioè devono acquisire competenze che li rendano davvero competitivi in un mondo del lavoro complesso come il nostro. I risultati del PISA (l’indagine nazionale promossa dall’OCSE con lo scopo di valutare ogni tre anni il livello di istruzione degli adolescenti dei maggiori paesi industrializzati) sono devastanti: quella dei giovani italiani è una futura forza lavoro poco istruita e molto impoverita: molti di loro, infatti, abbandonano la scuola prima della fine del ciclo di studi, nonostante ancora oggi sia valida l’idea per cui un laureato ha molte opportunità lavorative in più rispetto a un non laureato. Suona strano che lo dica uno che è stato Ministro del lavoro, ma è la verità: anche la legge Biagi del 2003 e la legge Fornero del 2012 partivano da questo presupposto, quello dell’inoccupabilità dei giovani italiani”. Per migliorare questa situazione occorre ripensare anche i centri per l’impiego. Giovannini cita qualche eccellenza, fra cui il centro di via Bologna a Torino, ma anche molti casi meno felici. “E’ normale che i centri per l’impiego siano poco funzionali, se si riflette sul fatto che l’Italia spende nove volte in meno rispetto al resto d’Europa per la loro gestione; questo non dipende dal ministro del lavoro, ma dalle province che li amministrano”. Quello che può fare ed ha fatto il ministero è preparare la connessione di tutti questi centri attraverso una piattaforma informatica, soprattutto in vista del sistema di contendibilità previsto proprio dalla Garanzia Giovani. In cosa consiste? In un sistema di costi standard basati sul valore effettivo di ogni intervento dei centri per l’impiego, calcolati sulla occupabilità della persona coinvolta. Più semplicemente: “Poniamo che un giovane liceale di Enna appena diplomato si iscriva alla Garanzia Giovani e il centro per l’impiego di Torino gli trovi un lavoro, potendo accedere ai suoi dati grazie alla piattaforma elettronica. A questo punto il centro per l’impiego ottiene un bonus, perché è molto più difficile piazzare un neodiplomato di una piccola città, piuttosto che un laureato del politecnico di Milano”. Un sistema semplice, equo e immediato. Ora resta al nuovo governo attuarlo. Ci chiediamo, basterà per creare lavoro per noi giovani? “E’ un inizio” ride Giovannini “Meglio sarebbe trovare qualcuno che vi offra un lavoro e tenerselo stretto”.

 

Dopo questa lunga chiacchierata ci siamo chiesti quanto il nuovo Jobs Act del Presidente del consiglio Matteo Renzi differisca dai provvedimenti predisposti dal precedente governo Letta.
Abbiamo deciso di metterli a confronto, in un gioco di differenze e somiglianze, concentrandoci solo sulla parte riguardante i provvedimenti su lavoro e occupazione. Questo è il risultato.

I primi tre punti del Governo Renzi sono decreti legge, gli altri sono disegni di legge:

governo letta-renzi_1 tabella letta-renzi_2

La Redazione (@OraLavora)

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