Racconti attorno al banco dei maker, nel primo FabLab d’Italia.

FabLab Torino diffonde la cultura dei maker dal retro di Toolbox Coworking: ecco cosa vi si impara

A Torino Toolbox rappresenta un nuovo modo di pensare il lavoro non solo in quanto spazio di coworking, dove i freelance possono affittare una scrivania o una sala riunione. Da Toolbox infatti si respira anche la cultura dei maker, grazie alla presenza del primo FabLab d’Italia. Quello che era un luogo di lavoro della Torino industriale del passato, è oggi un crocevia, dove si incontrano le storie di lavoratori autonomi che offrono i servizi più diversi, e la nuova filosofia del farsi le cose da sé che arriva dal Massachusetts Institute of Technology di Boston.

È stato al MIT che Neil Ghershenfeld, fisico e direttore del Center for Bits and Atoms, ha dato vita all’originario Fabrication Laboratory, nel 2006. In questo luogo fisica e informatica si sono unite, e per la prima volta gli studenti della celebre istituzione americana hanno potuto diventare inventori, realizzando oggetti concreti partendo da codici informatici.

Il 14 febbraio del 2012 ha aperto il FabLab di Torino, ospitato da Toolbox Coworking e finanziato da Officine Arduino, startup che promuove l’open hardware e la cultura dei maker. Massimo Banzi, padre di Arduino, e Riccardo Luna, giornalista de la Repubblica e direttore di StartupItalia!, sono stati tra gli artefici di questa impresa.

Oggi, attorno ai banchi di lavoro del FabLab, chiunque abbia un progetto può provare a concretizzarlo grazie agli strumenti di lavoro messi a disposizione: stampanti 3D, un laser per tagliare e incidere plastica, legno e tessuti, una fresa per lavorare i materiali più duri.

Ma ciò che colpisce di più chi non è iniziato alle pratiche dei maker è la ricchezza della cultura che sta alla base di questo movimento.

Innanzitutto non è un fenomeno di nicchia quanto uno potrebbe immaginare inizialmente. L’Economist ne ha trattato largamente in un dossier uscito ad aprile 2012, e pur nutrendo dubbi sul valore economico che i FabLab avranno in futuro, non ha esitato ad affermare “manufacturing is going digital”, la manifattura diventerà digitale. Anche se nei FabLab si producono oggetti d’interesse per pochissime persone, oltre all’inventore stesso, le pratiche di “mass customization”, personalizzazione di massa, dimostreranno il bisogno di  una maggiore specializzazione dei fabbricanti di cose di domani.

Vi è poi la questione delle stampanti 3D, che generano stupore in chi non ne ha mai sospettato l’esistenza. Il processo che sta alla base di queste macchine è l’estrusione: un materiale plastico o metallico è deformato per compressione o fusione, e una volta reso a uno stato pastoso, è modellato nella forma desiderata. In realtà l’industria utilizza questo tipo di strumenti da anni e anni, basti pensare alle bottiglie di plastica, ma la rivoluzione che avviene nei FabLab è data dal basso costo di queste nuove stampanti 3D, dovuto allo scadere dei brevetti sulla loro tecnologia.

Non si tratta solo del costo iniziale contenuto — anche quaranta volte inferiore a quello di una stampante industriale — ma anche del fatto che questi strumenti sono capaci di auto-replicarsi. La prima stampante 3D che si stampava da sé è stata RepRap. Oggi esistono diverse aziende che propongono prodotti simili, tra cui l’americana Makerbot, l’olandese Ultimaker e l’italiana Sharebot, tuttavia i maker non hanno abbandonato la filosofia dell’open source, che ha permesso loro di imparare gli uni dagli altri. Per quanto sia possibile acquistare una stampante già pronta, c’è chi continua a costruirsene una utilizzando le istruzioni presenti in rete, o dando discendenza a una macchina precedente.

Anche se la storia delle RepRap e delle loro figlie è suggestiva, di certo non spiega quale sia il senso dei FabLab, oltre al permettere a gruppi di smanettoni di trovarsi per realizzare qualcosa che sia fatto di atoms e non di bits. Conviene dunque richiamare il concetto della coda lunga di Chris Anderson, giornalista a lungo direttore dell’edizione americana di Wired: attraverso i media digitali i prodotti di nicchia generano maggiori possibilità di profitto rispetto a quelli più mainstream, dato che la distanza tra il distributore e il consumatore si riduce e un maggior numero di consumatori può essere soddisfatto. Alla luce di questo principio ciò che viene prodotto in un FabLab, magari da persone che non possono permettersi di acquistare macchinari ma solo di noleggiarli a ore, diventa una possibile fonte di ricavo in termini economici.

Attorno al banco dei maker, si scoprono anche nuovi autori del panorama letterario. Nel 2009 infatti è stato pubblicato “Makers”, un romanzo fantascientifico scritto dal giornalista e blogger di Boing Boing Cory Doctorow, che narra le avventure di due strambi inventori che finiscono per inimicarsi un dirigente Disney, dopo aver inventato un nuovo sistema economico per l’era tecnologica. Coerentemente con gli ideali dell’open culture, il romanzo può essere scaricato gratuitamente in diversi formati digitali sul sito dell’autore.

Se poi si preferiscono le storie vere, specie se italiane, FabLab Torino è il luogo ideale dove sentir parlare dell’avventura di Arduino e Massimo Banzi. Per chi non avesse tempo di farci un salto di persona, esistono due bei documentari sull’argomento. Il primo è del 2010 e lo potete guardare qui sotto, il secondo è stato realizzato per Wired.it nel 2012. In quest’ultimo video compaiono anche Davide Gomba, responsabile di Officine Arduino, e Fabio Varesano, un brillante giovane informatico, purtroppo scomparso a fine 2012.

A FabLab Torino la digital fabrication e l’open source si concretizzano in un luogo fisico, che è anche hub di competenze e propulsore di conoscenza. Per chi non conosce la cultura dei maker è impossibile comprendere cosa questo significhi, ma basta interessarsi un po’ per entrare in un mondo ricchissimo.

Ludovica Lugli, @Ludviclug
Giulia Perona, @GiuliaPerona
Marina Usai, @marina_usai